Il morbo incominciò a serpeggiare lentamente, quasichè Iddio misericordioso, concedendo respiri ad intervalli, desse campo ad usare rimedj. Ma i nostri nobili, nelle cui mani risiedeva il governo dello Stato, non giovandosi della bontà divina, non curanti opponevansi alla strage, come accade sempre quando il cielo vuol gastigare gli uomini. Furono lenti i rimedj, quantunque la peste, che minacciava la città, ne’ primi giorni si nascondesse come timorosa.

L’essere disceso il contagio dalle valli Rezie, e rimanendo pochi giorni in casa del Colona, fu causa, e per la distanza del luogo donde veniva e per la lentezza a diffondersi, che si considerasse come tutt’altra malattia. Eppure, prima dei suaccennati casi, verso il principio del febbrajo 1627 erasi sparso un vago romore di vicina pestilenza: più tardi giungevano ogni dì avvisi funesti, che la calamità ne sovrastava. Ormai era venuta, ed in segreto, e quasi di furto, colpendo i cittadini, alcuni ne prostrava a viva forza; sostava, irrompeva di nuovo, alternando così, giusta l’indole degli uomini, la speranza e i timori, per cui ora si davano a credere aver esagerato per vano sospetto il pericolo, ora di non aver usate sufficienti cautele per guarentirsi dal medesimo. Quindi furono posti cancelli e guardie a ciascuna porta, istituite le quarantene ed altri consueti provvedimenti; ma non andò molto, che si levarono, negligentando per indolenza le precauzioni con tale volubilità ed incostanza, che sembrava uno dei fenomeni della peste.

Scorsero circa tre anni fra le ansie cure e la fatale trascuranza; scoppiata la peste in casa del Colona, non più di cento morirono nel decorso di quattro mesi; piccolo numero, avuto riguardo alla natura del male, all’ampiezza di Milano ed alle tante migliaja che tra breve dovevano caderne vittima.

Ben presto però la belva, irritata dai vincoli che la raffrenavano, gli spezzò, lacerando senza contrasto i corpi. E furono veri strazj, quantunque non fatti da armi o ferite. Spettacolo più orribile le morti pel contatto, l’alito e l’occulta tabe, che non è il vedere sul campo lacerate viscere, sparse cervella, tronche braccia ed altre orrende ferite, allorchè due nemiche schiere, spinte dal furore, vengono a battaglia.

XIII. Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste.

Io son d’avviso che tra i fomiti del contagio, molti pur troppo e fatali, nessun altro contribuì di più ad accrescerla, quanto l’ostinazione della plebe in negarlo, insultando con fischi, con ghigni ed improperj chiunque ne profferiva il nome[57]. E tale follia non era invalsa soltanto tra la plebe: ma anche in alcuni medici, i quali, perdendosi in dispute interminabili, ridevansi de’ bubboni e della gonfiezza degli inguini, chiamandoli effetti di sfrenata libidine ogni qual volta un appestato mostrava loro quei segnali certissimi di peste, e chiedeva rimedj. Quegli ignoranti[58] andavano vociferando ne’ crocchi, che le stesse febbri sono un contagio, e che molti morivano all’improvviso per mancanza di vitalità, ovvero per occulti guasti de’ visceri. Con tali assurdi e con altre dicerie, proprie dell’arte loro fallacissima, distolsero i malati dal prendere i rimedj cui bisognava ricorrere in tempo. Codesti medicastri si guadagnarono il favore del volgo a segno, che i savj, i quali, ben altrimenti opinando, convinti esistere omai la peste in città ed essersi l’influenza morbosa indonnata dei corpi, predicavano doversi usare ogni cautela, furono trattati come impostori, anzi quai nemici della patria[59]. Gridava la plebe che essi cercavano occupazione, e che per avidità di guadagno introdurrebbero la peste anche dove non esisteva.

XIV. Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della peste.

Ricorderò il caso di tale cui la pubblica catastrofe sopraggiunta avrebbe potuto accrescere gloria, se egli non ne avesse già raggiunto l’apice per chiari studj e ingegno grandissimo. Era Lodovico Settala, il primo dei medici e dei filosofi, e letterato esimio[60]. Alla dignità dell’arte sua aggiungeva una vita illibata, ed il disprezzo del denaro ogni qual volta veniva chiamato dai poveri o dai letterati ed amici, menomo questo de’ suoi pregi. Vecchio e sommamente autorevole per l’esattezza de’ suoi pronostici, l’Ippocrate del secol nostro godeva un’illimitata fiducia anche tra i più circospetti, e la plebe l’aveva in gran venerazione prima ch’ella s’infatuasse nella sua pazza credenza. Un giorno che il Settala recavasi a visitare i suoi ammalati in lettiga, a cagione della vecchiaja, fu insultato con tali urli da’ facchini e donnicciuole, che i portatori della lettiga, temendo per la sua vita, entrati nella vicina casa d’un amico, vi si trattennero finchè, quetato il subbuglio, quei mascalzoni si fossero dispersi.

Vociferavano tutti in coro, essere il protofisico capo di coloro che asserivano vera la peste, spargere egli colla barba e col cipiglio il terrore in tutta la città, affinchè non rimanesse in ozio la turba de’ medici e si trovasse modo da occuparli. In tal guisa l’ottimo vecchio, che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia dell’arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza del volgo. Il quale non insultò lui solo, ma gli stessi tribunali e la santa giustizia, osando deludere le leggi sanitarie come inutili ed ispirate dal solo timore alle pubbliche autorità.

XV. I Magistrati pensano a più efficaci rimedj.