Dal Duomo doveva avviarsi per la strada detta anticamente Decumana, indi piegando per la contrada dei Tre Re, al Bottonuto, poscia per la contrada Larga e la piazza di Santo Stefano, svoltare nel corso di Porta Tosa, fin dove sorge la croce vicino agli olmi. Di là entrar nella via che mette alla cloaca di essa porta; indi alla croce di Porta Orientale, donde procedendo in linea retta, dopo la chiesa di Sant’Andrea, giungerebbe a capo della contrada ove s’innalza la croce di Porta Nuova. Presa una scorciatoja, pel vicolo di Sant’Agostino, venire alla croce del Ponte Vetro, poi alla chiesa di San Tomaso, e piegando per la contrada dì San Prospero, alla croce di Porta Vercellina; indi alle Cinque Vie, a San Sepolcro, al Cordusio, e finalmente per la Piazza dei Mercanti, far ritorno in Duomo. Stabilito in tal modo il giro, si fecero i preparativi con siffatta pompa, che non avresti detto essere la città in preda allo squallore per tremenda pestilenza, bensì celebrare con pubblico tripudio una festa nazionale. In quel giorno la stessa letizia de’ Milanesi e l’apparato festivo dei proprj funerali era spettacolo lugubre. Ne lieve saria stato il dolore e la compassione de’ nazionali come pure degli stranieri, qualora avessero posto mente a tali pompe e presagito quanto stava per accadere. Avrebbero essi contemplata l’allegria e la magnificenza d’una città già invasa dalla peste, e di una popolazione tra breve moritura; le ricchezze profuse e un’ingegnosa gara per ricevere, con modeste acclamazioni, le ossa dell’Arcivescovo, il quale, vivente, aveva, giusta la popolare credenza, scacciata la peste da Milano. Ma come presagire l’immensa strage imminente, e che, coloro i quali addobbavano a festa la città, per trarre in luce il cadavere del Santo, tra breve, quasi Iddio si fosse irritato del pubblico supplicare, giacerebbero ammucchiati cadaveri!
Tre soli giorni v’ebbero pei preparativi, ed in tempo sì corto, le vie tutte ed i crocicchj assunsero un aspetto trionfale, che teneva dell’antica magnificenza romana: anche le iscrizioni erano nell’idioma latino. Tanto fecero i cittadini, che l’ingegno natio e la peste già contratta agitavano con febbrile inquietudine. Emblemi, versi, cento e cento iscrizioni a lettere cubitali dorate, rammentavano le virtù del defunto Arcivescovo, e sentenze sublimi a consuetudine degli antichi Romani, quasichè la festa nel Lazio si celebrasse, e non in una città longobarda. Sorgevano frequenti archi ed altari, e cori posti sui balconi, udivansi ad ogni angolo di strada dove svoltava la processione. Arazzi, quadri, drappi d’ogni genere, vasi e tutto quanto di prezioso e d’antico possedeva ciascuna famiglia, fu esposto per dove passava il cadavere di S. Carlo. I tetti e le mura delle case de’ poveri risplendevano per lusso regale: tutta la strada era coperta al disopra con drappi, che difendevanla dai raggi del sole, e qua e là rami d’alberi, fiancheggianti la via, ancor più l’abbellivano. Invero che se non era statuito negli eterni decreti di purgare od ammonire il popolo, io sono d’avviso che tanto ossequio e tante preci avrebbero placata l’ira divina salvando la città nostra dal fatale eccidio.
Il corpo di S. Carlo, o piuttosto le reliquie di esso, sopravanzate alla voracità del tempo, che distrugge fino i più duri metalli, giaceva entro un’arca coperta d’un drappo di seta bianca con ai lati finestrette di cristallo, traverso le quali intravedevasi la consunta faccia del Santo, più venerabile agli occhi dei divoti, che se fosse stata intatta. Portavano l’arca i canonici della metropolitana, preceduti da una parte del clero e del popolo, seguìti dal restante; adorni delle loro insegne venivano i sacerdoti, i magistrati, i più cospicui della città, con doppieri accesi; molti a pie’ scalzi e colle vesti strascicanti quai penitenti, palesavano la costernazione dell’animo. Però gli sguardi d’ognuno, non distratti dai circostanti oggetti, rivolgevansi ansiosi alla calva e mitrata testa di S. Carlo, alla bocca semiaperta, ai pochi denti, che più la sformavano, alle livide e vuote occhiaje, chè in tal guisa la morte, coll’ineluttabile sua possa, aveva guasto il venerabile capo del santo Arcivescovo. Pur nondimeno rimanevano alcune tracce indicanti la benevola fisonomia del Pastore quale la tramandarono ai posteri gli antichi simulacri.
Ad esso erano rivolte le preci di mille labbra, che osavano quasi per diritto implorare che di nuovo difendesse colla sua intercessione, appo Iddio, il popolo già da lui altra volta salvato. Il guardavano ed oravano, e da quel teschio inanimato e corroso, volgendo le preci e la speranza al vivente capo della Chiesa milanese, ad alta voce supplicavano il cardinale arcivescovo Borromeo, il quale seguiva da vicino l’arca, che offerisse i pubblici voti al cugino, cui egli andava dappresso per parentela, per dignità, per meriti[65].
XVII. Dopo la processione s’accresce la peste.
Riuscirono vane le preci; e la pestilenza, quasi eccitata dal vociferare de’ supplicanti, più crebbe e inferocì. Non è lecito a noi l’indagare le cause di sì grande arcano, ed il voler determinare per qual motivo il contagio, che prima lentamente serpeggiava, si diffondesse terribile appunto dopo la traslazione del corpo di S. Carlo. Gli uomini savj e pii, vedendo la violenza del morbo crescere a dismisura, dopo che s’era invocato il celeste patrocinio, lo dissero un gastigo divino; gli stolti invece sostenevano che neppur lo stesso Iddio poteva domarlo[66]. Da alcuni mesi la peste, nascosta, s’era mostrata ad intervalli qua e là; ma ormai infuriava a tutto potere.
L’undici di giugno, giorno sacro a S. Barnaba, erasi fatta la solenne processione con somma gioja de’ cittadini, e da quel giorno veramente la peste acquistò nome, forza e impero, giacchè dianzi non esisteva che l’ombra di essa[67]. È da notare che tutti i contagi e simili mali che afflissero e noi ed altri popoli e città, assumono il nome improprio di peste.
L’arca in cui giaceva il cadavere del santo Arcivescovo in abiti pontificali e mitrato, rimase otto giorni e altrettante notti esposta in Duomo sull’altar maggiore. Il popolo v’accorreva in folla, implorando, con lagrime ed orazioni, quell’ajuto che per gli imperscrutabili decreti divini era ormai ad esso inesorabilmente negato.
In que’ giorni molti perirono, come se le morti fossero la risposta del Cielo. E perchè niuno ne dubitasse, cresceva giornalmente il numero delle vittime, finchè giunse a mille e ottocento[68] per giorno. Vuotavansi le case, e si trasportavano sui carri i cadaveri d’ogni età, sesso e condizione, chè la morte non perdonava ad alcuno. Le grandi fosse scavate fuori della città non bastavano a seppellire i cadaveri, come le stanze del Lazzaretto erano poche alla moltitudine degli agonizzanti appestati che invocavano, come un sollievo, la morte.
E costoro erano più sgraziati di quelli che il terribile morbo repentinamente uccideva.