XVIII. Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi di cadaveri e l’insolenza dei Monatti.

Miserandi spettacoli degli umani eventi pei furori guerreschi o per le stragi della morte, che i sommi agli infimi adegua, vengono descritti nelle storie; ma io son d’avviso che in nessun luogo mai fu visto tale ludibrio quale presentava Milano in quel tempo ad ogni ora della giornata. Nessuno ignora che razza d’uomini fossero i Monatti, disperati ministri della peste, ed i becchini, i quali, sprezzatori della morte, affrontavano qualunque pericolo.

Il loro nome deriva dalla solitudine in cui devono stare, chè ad alcuno non è conceduto l’immischiarsi con essi[69]. Codesta genia maneggiava, senz’alcuna precauzione, morti e moribondi, toccando i bubboni, la tabe, le membra sanguinanti, e perfino facendo gozzoviglia con pazza gioja sopra i mucchi de’ cadaveri. I Monatti, arrossisco in narrare tanta turpitudine! violarono gli stessi cadaveri, ultimo eccesso della libidine e dell’umana pazzia, che neppure riscontrasi fra le belve! Introducendosi in ogni casa, fosse o no sospetta di peste, perchè ormai era lecito il sospettare di tutti, afferravano i mariti, le mogli, i figliuoli per trascinarli al Lazzaretto, se non redimevansi sborsando denaro. Alcuni giovani sfacciatissimi, legatesi le campanelle a’ piedi, s’introdussero per le case, frugando le stanze, ed anche per le strade facevano quanto loro saltava in capo come se fossero Monatti rivestiti di pubblica autorità[70]. Accadde una volta che nella casa medesima s’incontrassero codesti Pseudo-Monatti coi veri, e ne seguirono risse e colpi, nè l’alterco terminò senza sangue. Fu altresì una calamità pubblica il modo con cui i magistrati provvidero a simili disordini, perocchè gli stessi impiegati subalterni ed i satelliti irrompevano nelle case, commettendovi, colla maggior petulanza e impunità, i furti, le rapine, le ingiurie cui sempre sono usi. E non cessarono dal rubare e dall’estorcere denaro, finchè accusati e presi alcuni di essi, vennero, per gastigo ed esempio, condannati alle forche. Un giorno che si doveva impiccarne tre, mancando il carnefice, si esibì ad uno la grazia qualora volesse farne le veci: accettò con gioja, e strangolò i compagni.

Ma la ciurma de’ Monatti maltrattava a sua voglia e viventi e morti, trascinandone i cadaveri, come il beccajo trascina al macello, legati tutti con una sol corda, vitelli e capretti. Andavano a fascio uomini e donne, adolescenti, fanciulle, bambini pendenti dalla poppa materna, giovani, vecchi. Il servo coricato addosso al padrone pestandogli coi piedi la faccia, ricchi e poveri ignudi, raro essendo che un cencio loro coprisse per pudore le nudità, e se a caso veniva gettato sovr’essi un lenzuolo, tosto gli avidi becchini via lo strappavano. Teste, braccia, gambe spenzolavano dal carro, s’intricavano fra le ruote, ed i cadaveri rotolavano qua e là per terra![71]

FINE DEL LIBRO PRIMO.

LIBRO SECONDO GLI UNTORI.

I

A molti era entrata nell’animo la persuasione che la peste fosse seminata e diffusa per frode dei principi congiurati, affine d’invadere la città e il territorio di Milano con buon esito, dopo che invano l’aveano tentato altrimenti. Devastate così, e rese dappertutto squallide le campagne per mancanza d’agricoltori, nè più essendovi chi impugnasse le armi, avrebbe chiunque potuto occupare il nostro paese inerme e deserto. Re potenti, e ministri loro, si accusavano autori di sì disperato consiglio, e il publico, nell’impeto della sua disperazione ingiuriava altresì coloro che forse commiseravano altamente i nostri guai. Nè faccia meraviglia se in tal guisa agivano i cittadini, incriminando lontani ed estranei, poichè nutrendo eguali sospetti, si diffamavano a vicenda gli uni gli altri.

La quale agitazione degli animi, non meno fatale della strage della peste, dobbiamo attribuirla agli imperscrutabili decreti della Provvidenza. E tanto crebbe la cosa, sia per calamità e miseria, sia per superbia e pazzia, che ogni giorno si punivano gli Untori in città, mentre al tempo stesso nel Lazzaretto, simile ad una pubblica sepoltura, i sospetti e gli indizj del loro delitto sussistevano e in una svanivano.

Mirabile a dirsi! si trovarono nel Lazzaretto alcuni con indosso cassettine, ampolle e tutti gli altri utensili del delitto. Confessarono, e non ricredutisi sotto il cruccio della tortura, vennero tradotti al patibolo. Ma ivi nelle mani del carnefice, che già avea loro posto al collo il laccio, protestarono d’essere innocenti, gridando al popolo che morivano volontieri per altri misfatti da loro commessi, ma che giammai avevano praticata l’arte di ungere, ignari di qualunque veneficio e incantesimo. Tale era l’infamia degli uomini, ovvero la malvagità ed il livore del demonio. Per tal modo sempre più si confondevano gli indizj, e gli animi dei giudici rimanevano perplessi.