Nell’albergo dei Tre Re, in cui sono usi prendere alloggio i forestieri oltremarini e oltremontani, e stanziano per solito i viaggiatori francesi e tedeschi, capitò un giorno un Girolamo Bonincontro, giovane sui ventiquattro anni, di bell’aspetto, e che dall’abito elegante, dalla bionda e lunga capigliatura e dalla florida carnagione appariva francese. L’albergatore notificò il suo arrivo al magistrato, descrivendo il bagaglio, e riferì i discorsi tenuti dal giovane a mensa, ed ogni sua parola che i servi dell’albergo avevangli riferito a puntino.

Spacciavasi egli, fra le altre cose, esperto in medicina, portatore di farmachi ignoti, ed in ispecie di certe cassettine con entro un balsamo mirabile contro la peste, tutti i quali rimedj era disposto a far conoscere al Tribunale di Sanità, qualora lo mandassero a curare gli appestati nel Lazzaretto. Si vantava che la città di Palermo, desolata, nell’anno 1624, dalla pestilenza, erasi salvata dall’estremo eccidio soltanto pe’ suoi rimedj; e in prova esibiva diplomi e privilegi, dal vicerè di Sicilia a lui dati in premio del segnalato servigio, e conchiudeva, instando, di presentarsi alla Sanità perchè gli schiudesse il Lazzaretto[96].

Il presidente Arconato, ciò saputo, memore delle lettere reali, e riflettendo essere costui un francese, e parlar di medicamenti cotanto a que’ giorni sospetti e invisi, tanto più che cercava entrar nel Lazzaretto, come luogo opportuno a’ maleficj delle unzioni, ordinò che il forastiere venisse imprigionato, sequestrando i vasi, i fardelli e quanto seco aveva.

Fattone l’esame, si rinvennero oggetti che sembravano proprj di un famigerato untore, molte ampolle e barattoli ripieni di polveri, di liquori, d’unguenti, ciascuno col suo cartellino, chiusi e suggellati con molta diligenza. Egli affermava che erano tutti specifici innocui preparati per varie malattie.

Il medesimo Tadino, intervenuto per sicurezza come conservatore della Sanità, all’apertura della valigia ed all’esame che fu fatto nel Lazzaretto, li giudicò per tali. Il forastiero, esaminato, rispondeva in modo soddisfacente ai giudici; se non che confessò d’essere apostata d’un ordine religioso e che aveva abbandonata Ginevra, lupanare d’eresia, desideroso di viaggiare alquanto e recarsi a piedi in Roma ad implorare dal Papa perdono de’ suoi traviamenti. Il giovane venne rilasciato[97], ed apparve sì chiara l’innocenza di lui, che cessarono i sospetti anche sugli altri forastieri.

Però i vaghi sospetti e la credenza delle unzioni crebbero nel pubblico per questo caso e per altri molti che il Tadino, chiamato a darne giudizio, non solo per la sua esperienza medica, ma per l’esimia prudenza, registrò siccome argomenti irrefragabili, e nei quali non poteva alcuno muover dubbio. Constava che alcuni rei del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio, che le medesime case, untate una notte, lo furono in seguito ripetutamente, ed il nuovo unto sovrimposto alle prime macchie in guisa che apparivano segni d’arte diabolica.

Dodici vagabondi, arrestati e posti in ferri, confessarono e sostennero, anche fra i tormenti, esservi un tale che ogni giorno li menava all’osteria, e dopo che avevano ben mangiato e bevuto, li spediva ciascuno alla sua volta, ovvero in cerca della materia per fabbricare gli unguenti, rospi, scorpioni ed altri schifosi animali, e marcia di bubboni[98].

E perchè non si dubitasse di simili iniquità, di cui era capo il demonio, gli Inquisitori del Sant’Uffizio, nel lutto e nella disperazione della città, notificarono al presidente Arconato qualmente fosse stabilito al demonio un termine, oltre il quale l’inferno non avrebbe più alcun potere sulla vita del popolo milanese. Le quali parole dell’Inquisitor generale può dirsi aver troncata la questione degli unguenti coll’autorità apostolica che non può ingannarsi, nè venire ingannata.

Queste prove intorno le unzioni adduce il Tadino, medico, filosofo, conservatore della Sanità, ed altre più efficaci a conferma. Non è cosa nuova, e accaduta soltanto nella città nostra, il creare, per arte umana, la peste, che altre volte ritenevasi morbo naturale, prodotto dalla corruzione dell’aria o da interno guasto dei corpi, diffuso e contratto per mezzo dell’alito e del contatto. Anche a Palermo, in Sicilia, quattr’anni circa prima della nostra peste, apparve il furore dei demonj frammisto alla stoltezza e frode de’ mortali; certi scellerati cospirarono in orribile accordo coll’eterno e implacabile nemico del genere umano, per avvelenare i precordi degli altri uomini, e toglier loro il bene dell’alito e della luce, per la quale noi, per favore divino, respiriamo e viviamo.

In quell’antica, nobile ed opulenta metropoli perirono, nello spazio di sei mesi, cento trentacinque mila persone, vittime della furibonda scelleraggine d’uomini iniqui al pari dei demonj. E vi furono Monatti che, salariati allo scoppiare di quel contagio con sei zecchini il giorno[99], temendo, allorquando la furia del male andò scemando, di perdere il vistoso guadagno, si rivolsero per ajuto agli spiriti infernali, forse col mezzo delle streghe, e ottenuto che l’ebbero, manipolarono, con infame miscuglio, veleni, ne’ quali racchiudevasi una forza per sè mortifera e insieme il nodo del veneficio.