Anche fra noi accaddero eguali e non ambigui portenti nell’antecedente peste, che afflisse Milano nel 1576; maggiore d’ogni altra ove quest’ultima non ne avesse scemata la fama. Uno degli untori, scoperto e convinto del delitto, mentre veniva appeso alle forche, confessò, palesando altresì l’antidoto del venefico unguento; il qual antidoto, sperimentata che se ne ebbe l’efficacia, divenne celebre sotto il nome d’Unguento dell’Impiccato[100]. A questi esempj conosciuti e recenti, s’aggiunse l’autorità d’antiche memorie; che più volte furono punite donne venefiche per manufatta peste. E trovasi ricordo di untori, i quali, per mezzo di sapone, d’aghi e d’altri oggetti d’uso giornaliero, sparsero il contagio in grandi città, sulle flotte, in intere provincie e regni; nè le pene cui vennero condannati valsero ad impedire in altri malvagi lo stesso delitto.

Finchè uomini esisteranno sulla terra, accaderà mai sempre di scoprire di tempo in tempo nuovi delitti e punirli; ma dopo la pena riproduconsi, e compressi risorgono nuovamente, tale essendo il giro delle colpe come d’ogni altra umana vicenda. Da ciò si arguisce che se in altri tempi e luoghi, ed anche in Milano, audaci mortali provocarono la natura e l’inferno colle arti loro, formando, per così dire, una terza potenza distruggitrice, altrettanto poteva accadere a’ giorni nostri.

Tali cose discute con lungo esame il Tadino, notando persone, luoghi, epoche, testimonj. Afferma aver veduto co’ proprj occhi nella contrada di San Raffaele un furfante a cavallo, che di soppiatto e destramente, allungando la mano, gettava una polvere venefica addosso ai passaggeri[101]. Essendosi messo a gridare per avvertire gli astanti, colui, dato di sprone al cavallo, fuggì.

Ho conosciuta, egli prosegue, un’onesta famiglia, ch’io frequentava come medico ed amico, la quale perì tutta quanta per la polvere venefica e contagiosa. Due giovani nubili[102], recatesi alla chiesa de’ Padri Serviti, attinsero col dito l’acqua benedetta nella pila, e si toccarono la fronte, il petto, le spalle, facendosi il segno di croce. Esse videro dei pulviscoli ed un sedimento sabbioso, che rimase loro attaccato sulle dita e sulle vesti. Tosto s’annebbiarono gli occhi, e furono prese da vertigini e dolore acuto di testa: portate a casa, dopo quarant’ore morirono fra gli spasimi, senz’indizio veruno di peste. La madre e tutti i servi morirono anch’essi di quel male inesplicabile.

Il senatore Caccia divenne rinomato in Milano non tanto pel suo grado, ma per l’ultimo suo caso, il quale per la novità del delitto rese a tutti notissimo il nome di lui. Un certo Ferletta[103], suo servo, ovvero uno di que’ clienti che frequentano le case de’ senatori ed ambiscono accompagnarli allorchè escono di casa, si presentò una mattina tutto ossequioso e sorridente, e porse al Caccia un fiore, lodandone per avventura la specie o la fragranza. Il buon Senatore per gentilezza l’appressò alle nari, e tocco all’istante nelle parti vitali, morì in brev’ora[104].

A Volpedo, nel Tortonese, si scoprirono sette malfattori: confessarono d’aver fabbricati gli unti, e mentre subivano il supplizio della ruota, si vide, sopra la macina d’un mulino vicino, una macchia di quel pestifero veleno[105]. Se ne fece l’esperimento, stropicciando quell’unto con mollica di pane, che fu data in briciole ad alcune galline; in una mezz’ora caddero morte, e sparate, si trovarono le interiora nerissime. Un moscone, che forse erasi posato sopra quella macchia, volò sull’orecchio d’un cocchiere, il quale in quattro giorni morì senza dolore o sintomi d’altro male, accusando soltanto ch’era stato morsicato da quell’insetto. I riferiti casi di persone e animali sono indizj che la peste non era solo naturale, ma vi concorreva altresì l’arte degli uomini, i quali manipolavano le più velenose sostanze della natura, fatali alla vita. Se non che le unzioni erano fattura più diabolica che umana, come apparisce dal fatto che racconterò[106].

Antonio Croce e Giovan Battista Saracco, abitanti in Porta Ticinese, nella contrada di Cittadella, si presentarono al Tribunale di Sanità, e deposero con giuramento quanto segue:

«Che ivi loro vicino si ritrovava un legnamaro infermo suo amico, al quale di notte v’andorno alcune persone in camera senza sentire aprire l’uscio; e li fu commandato dovesse di subito levare e andare al bastione, che colà avrebbe ritrovato una persona di molta autorità, la quale gli avrebbe dato da ungere le case in quel suo contorno, e dipoi gli promettesse andar seco che lo avrebbero risanato. Fratanto pigliasse a buon conto 25 scudi, li quali per quello fu rifferito, furno riposti sopra una tavola, e benchè l’infermo ricusasse più volte il fare questa funzione, prima perchè non poteva per la sua infermità, e non voleva pericolare la sua vita; e poi perchè non vedeva persona alcuna, se non sentirse movere il letto e levarli la coperta e li lenzuoli; il meschino, non sapendo più che dire, atterrito di tanto accidente, si risolse dimandare che persone erano, e da chi mandate. Uno di loro rispose nominarse Ottavio Sasso, il quale mai s’è ritrovato, per certo essere stato il demonio. Finalmente non volendo promettere di fare questa loro volontà, ritornarono pregare con lasciarli altri denari, sentendo l’infermo il moto sopra la tavola. E dopo molto contrasto gli fu detto, che si vestisse: sarebbero poco dopo tornati per andar seco, e dopo partiti, si ritrovò una voce di uno lupo che mugghiava sotto la lettiera, e tre gattoni sopra il letto, che sino al far del giorno vi dimorarono. Dopo tutti sparvero, restando il meschino mezzo morto, e riavuto alquanto domandò ajuto, e v’andarono i sopra menzionati suoi amici vicini, a’ quali raccontò subito tutto il successo seguito quella notte; il quale fu riferito subito al Presidente allora della Sanità».

Per questo fatto e per altri, il Tribunale di Sanità ed il Tadino, conservatore di essa, avevano piena fede nelle unzioni.

VII. Repentino e pestifero tumulto.