I Decurioni, chiamato il padre Felice, lo pregarono che per la santità sua e dell’ordine, assumesse l’arduo governo del Lazzaretto. Ei, parlato che ebbe modestamente di sè e con ornate parole dell’importanza e gravezza di tale ufficio, prese tempo a deliberare, risoluto ad aprirsi col cardinale arcivescovo. Ove il sommo e religioso Federico annuisse, egli, interpretandone il cenno come volere di Dio, entrerebbe tosto nel Lazzaretto; in caso diverso il padre Felice non si credeva destinato a quell’incarico dal cielo. Ma accadde un non so che di faceto e di elegante[110] in quel lutto generale, nella visita che il cappuccino fece all’arcivescovo.
Questi, udito il padre Felice, rimase alquanto sospeso, e disse alcune cose che parevano esprimere la titubanza dell’animo suo, per cui il cappuccino, piegato il ginocchio a terra, già già si accommiatava. Quand’ecco Federico, con ilare volto «È dunque vero, disse, o padre, che senza difficoltà entrerete tosto nel Lazzaretto!» e gettando le braccia al collo al padre Felice, lo baciò e ribaciò[111], dimostrando, colla familiarità e tenerezza sua, quanto fosse lieto d’aver trovato un uomo che, spregiando ambizione e vita ad un tempo, era pronto a lasciare la sua carica di guardiano, e gire incontro a tremendi pericoli. Ripieno d’ammirazione per tanto sacrificio, nulla ommise per accrescergli poteri ed onori, e confermando il pubblico decreto coll’autorità propria, lo elesse capo supremo del Lazzaretto.
Ricevuto il mandato, entrò fra gli appestati in quel recinto il padre Felice, quale vittima volontaria del contagio, di cui morir non doveva[112]. E ciò accrebbe la venerazione per esso, imperocchè l’uomo che salvò a tante migliaja d’infelici la vita, ebbe egli pure bisogno de’ soccorsi che prestava altrui; e dopo averne seppelliti mille e mille, bramando invano la morte, quasi periva per lo strazio che fece del proprio corpo siccome narrarono. Era spettacolo bello, e in uno miserando, che mostrava la miseria e le angustie di que’ giorni, vedere il padre, esercitare il comando nel Lazzaretto, con indosso il cilicio, quasi paludamento di guerra. Vigilantissimo, quasi sempre digiuno, mal reggendosi per istanchezza, spargendo lagrime e sudori, egli s’aggirava pei portici, le capanne, le vie del Lazzaretto, di giorno imponendo coll’autorità del nome e del cappuccio, la notte armato di una lunga asta. Qua raffrenava in segreto misfatti, là distribuiva pubblicamente premj e gastighi, dove recava vesti e farmachi, dove porgendo orecchio alle confessioni dei moribondi gli confortava a lasciare il mondo colle speranze d’una vita migliore. Erano queste le giornaliere fatiche del padre, senza riposo mai; sovente cure ed affanni più gravi lo angosciavano.
Aveva egli sotto di sè ne’ portici e le capanne cinquantamila appestati all’incirca, cui la città forniva gli alimenti, ma soverchiando la moltitudine de’ malati, non bastarono le cure, i denari o l’ordine stabilito per la distribuzione, talchè molti pativano fame e sete in mezzo all’abbondanza di cibi e di vino.
Laonde più volte fu grande l’angustia, non sapendosi in qual modo rimediare, finchè si riconobbe per esperienza che Iddio vi provvedeva. Ed i regolatori del Lazzaretto vi si avvezzarono, in guisa che mancando gli alimenti necessarj a tante migliaja di persone, nell’ultime strettezze aspettavano fiduciosi i soccorsi della provvidenza.
Narrava il padre Felice, e narra anche oggidì, che più volte, quando mancato del tutto il denaro ed esaurite le provviste di pane e vino, temevasi nel Lazzaretto la fame, estremo de’ mali, sopraggiungevano all’improvviso i viveri in abbondanza, senza che si conoscessero i nomi dei benefattori. E venne largito oro ed argento in tal copia, che il detto Padre ebbe stupito ad ammirare i sacchi ammucchiati a sè dinanzi. Le persone ricche ed i più opulenti cittadini, o per divina ispirazione, o perchè, deposto ormai ogni pensiero delle terresti cose, nè stimando più utile il denaro a qualsiasi uso, s’infervoravano a placare lo sdegno di Dio, mandavano il vile metallo affinchè si recitassero preghiere. Ma non era ancora giunto il termine della calamità, imperocchè, non appena provveduto ad un bisogno, un altro ne sopravveniva più grave ed istantaneo, cui era impossibile riparare. Casi luttuosissimi e repentini, mentre distribuivansi le vivande a sollievo degli infermi, turbarono l’alacrità del donare e distolsero gli animi dei caritatevoli da future elargizioni. I deliquj e le morti di coloro cui sporgevasi il cibo, la spuma grondante di bocca, i veleni rinvenuti nelle cinture, le confessioni fatte nella stessa morte, ed altri manifesti indizj, appalesarono come quei miserabili fossero untori essi pure, ed insieme rimanessero unti.
Un subitaneo portento celeste e fatale, se mirabilmente non vi si rimediava, allagò di nottetempo, con ruina impreveduta, le capanne innalzate nel recinto del Lazzaretto.
La notte del 23 luglio cadde un acquazzone così dirotto, che i vecchi non si ricordavano averne veduto uno simile, talchè uomini e donne credettero precipitasse il cielo medesimo. Smosse e rovesciate le capanne e le tettoje, sotto le quali giaceva la turba infelice, travi, paglia, letti nuotavano travolti dall’acqua in mezzo al prato.
Padri e madri, ansiosi non della propria, ma della salvezza dei figli, ne corrono in traccia, e con difficoltà li rinvengono fra le tenebre in mezzo agli urli, ai vagiti, al generale schiamazzo. I gridi di disperazione, di dolore, i clamori non rompevano il silenzio di quell’orrida notte, chè il fracasso del cielo romoreggiante non lasciava udire verun altro suono. E se fin dal principio non apparissero in questa storia congiunti i prodigi celesti colle stragi de’ mortali, chiunque terrebbe per incredibile come un solo uomo abbia potuto tener fronte a simile violenza; e in quel tremendo diluviare notturno salvare da morte i naufraganti bambini, e loro restituire la quasi spenta vitalità.
Al primo scoppiare della procella, il padre Felice, prevedendo che l’acqua irromperebbe dovunque, che gli infermi correvano grandissimo pericolo, e che i soccorsi riuscirebbero inutili ove non fossero istantanei, accorse, seco traendo un drappello d’uomini, ne’ quali ripor soleva maggior fiducia nelle più difficili circostanze. Sprezzando l’acqua, e più rapido di essa, si precipitò colla sua scorta tra gli appestati, che s’annegavano, e i crollanti tugurj[113]. A guisa che il pescatore trae dalla rete i pesciolini, porgendoli ai compagni, che tosto li chiudono nel corbello, così il padre Felice districava i bambini e li trasmetteva ai satelliti, che a tutto potere lo ajutavano a salvarli, recandoli di mano in mano dal prato nel portico, e da questo nelle stanze. La procella s’acquetò finalmente dopo alcuni giorni, in cui piovve sì a rovescio, che fu detto non essere mai caduto simile acquazzone[114].