Tra il diluviare, che non cessava giorno nè notte, e l’impeto del turbinoso vento, rovesciante ogni riparo nel Lazzaretto, gli agonizzanti appestati, quasi infraciditi dall’acqua, esalavano l’anima. Io non ardirò discutere se la mancanza di soccorsi fosse imputabile all’incuria dei magistrati municipali, ovvero effetto dell’imprevista intemperie; perocchè se da un lato l’esempio di quanto fecero i nostri maggiori nell’antecedente contagio suggeriva d’innalzare tugurj, tavolati e ripari in più gran numero, dall’altro fu sì grande lo spavento e la violenza dei morbo, che, stupefacendo gli animi, impedì le necessarie previdenze.

Perirono in quel trambusto fatale anche coloro che il morbo non aveva colpiti, perchè i servi ed i becchini in mezzo al disordine gettarono a fascio malati e sani. Per verità i nostri magistrati presero cura di far allestire altri locali e lazzaretti sussidiarj; ma ciò eseguivasi lentamente, talchè sembrava esservi un’occulta forza impediente que’ soccorsi. Frattanto gl’infermi, ammucchiati ne’ tugurj del Lazzaretto grande, morivano, attaccandosi il contagio ai sani pel contatto e pel fetore dei cadaveri, ovvero trasportati ne’ lazzaretti incompiuti, malgrado i soccorsi perivano.

IX. Come incominciò a rallentare la pestilenza, e come ebbe termine.

Il morbo, contumace a tutti gli umani rimedj, e mandato dal cielo a punizione delle umane scelleraggini, non poteva infrenarsi e spegnere fuorchè dalla misericordia divina, la quale non mancò all’infelice Milano, ormai in tanta desolazione ridotta all’ultimo eccidio.

Fra i tempii che l’avita pietà de’ cittadini e l’età più recente, imitatrice de’ costumi e degli esempj paterni, sacrò a Maria, celebratissimo è quello cui diede nobile nome il favore della Vergine per la città nostra, e che chiamasi delle Grazie, per le molte grazie dalla Madre Santissima a’ Milanesi impartite. Lo adornarono i nostri duchi con munificenza regale, allorchè governavano questo paese; e i Padri di S. Domenico, colonne della fede, stanno a custodia del tempio, e hanno stanza nell’attiguo monastero, dove risiede il Sant’Uffizio ed il tribunale supremo dell’Inquisizione[115].

Là il 23 settembre, nel queto silenzio della notte, mentre alcuni de’ Padri riposavano o attendevano agli studj nel ritiro delle singole celle, ed altri a ciò destinati vegliavano in orazione negli oscuri angoli del tempio aspettando l’ora della mattutina salmodìa, d’improvviso le campane suonarono da sè. Coloro che sonnecchiavano si riscuotono, i desti meravigliano di cosa tanto insolita, e tremanti s’aggirano pel monastero; ma in un subito conobbero agitarsi le campane per forza miracolosa, chè niuno le aveva tocche. Meraviglia e terrore invasero gli animi de’ Religiosi, che, riunitisi, discutevano su quel portento; allorquando, narrasi, fra i suoni de’ sacri bronzi fu udita una voce più sonora che se fosse umana, prorompere in questi detti:

AVRÒ PIETÀ DEL MIO POPOLO, O MADRE,

e tosto s’interpretò che cessar doveva in breve la peste; averlo implorato la Vergine dal divin Figlio, che esaudì le sue preghiere.

Ho riferito questo portento, perchè era giusto ed equo l’annoverarlo tra i fatti autentici, dietro la testimonianza dei Padri Dominicani, la credenza generale della città, e l’esito che lo confermò. Anche la desta turba de’ prigionieri che per delitti contro la religione, o per sospetti trovavansi nelle carceri del Sant’Uffizio in una remota parte del monastero, udirono il rimbombo delle campane. Interrogati, risposero essere loro venuti all’orecchio in quella notte suoni e voci inusitate, e per togliere qualunque dubbio, che la pubblica salvezza sia venuta da Maria patrona del tempio delle Grazie, aggiungerò come l’olio della pendente lumiera che arde avanti l’effigie della Vergine Sacratissima fu salutare antidoto anche in seguito contro la peste.

Quell’olio cercavano a gara ne’ giorni seguenti i grandi e gli infimi del popolo come mirabile rimedio, e i Padri lo distribuivano a stille quasi dono celeste[116]. Allorchè poi il scemare giornaliero dell’intensità del morbo e delle stragi, la fede nel miracolo ed il numero dei morti che di continuo sminuiva[117] attestarono placato Iddio; i magnati si animarono a togliere di mezzo ogni negligenza, che assai di rado è meritevole dei divini favori. Intimarono una quarantena[118], nuova ed ultima speranza della città ed alla intera popolazione, che per tale spazio di tempo rimaner doveva chiusa e nascosta nelle case. Vietarono comunicare coi limitrofi, uscire in istrada, e quant’altro poteva attaccare e far ripullulare il contagio, con minaccia di pene capitali che, disprezzate per l’addietro, ormai la vezzeggiata speranza di salute e gli allettamenti del vivere inducevano ad iscansare e temere. In sul finire di quell’anno era quasi scomparsa la peste, ma non rediva agli animi la sicurezza, e Milano, trepidante, afflitto, quasi annientato, pareva risorgesse da morte. I superstiti, con faccie pallide e smunte, macilenti, stravolti gli occhi e lo stupore in viso, sbucavano, per le vie come se uscissero dal sepolcro: appena osavano tremebondi appressarsi e far colloquj, sfuggendosi l’un l’altro: non stringevansi le destre, temevano l’alito reciproco, e con tronco saluto s’allontanavano, non prestando per anche fede alla ripristinata salute ed alla patria salva. A costoro sì guardinghi venivano incontro altri, i quali nell’incuria domestica, noncuranti delle pubbliche sciagure, e divenuti pingui pel lungo ozio, ridevansi dell’altrui prudenza e del terrore intempestivo, perciò solo che essi ignari di tema, e senz’usar cautele, erano nondimeno usciti illesi dalla pestilenza.