È storico che questa vile genìa di furfanti s’adoperava per spargere la peste; i seguenti passi del Tadino, per non eccedere in soverchie citazioni, lo provano senza contrasto.

Gli monatti ed apparitori vedendosi la grande libertà et vtile del guadagno per li furti che faceuano, a bella posta lasciauano la notte per malitia cascare dalli carra delle robbe infette, et per la ingordigia della robba, la meschina gente alla mattina gli portauano alle loro case per tempo; d’indi à puoco s’infettauano, per lo che cresceua l’vtile à questa canaglia de monatti et apparitori, atteso che da loro in poi nissuno ardiua entrare nelle case de gli infetti, sì che haueuano buona occasione di rubbare. (Pag. 102.)

Dependeua ancora in buona parte questo danno (dell’aria infettata) dalla malitia dei monatti, li quali mirando il suo fine dell’interesse, acciò durasse longo tempo la loro fiera del guadagno; essendo bene pagati, oltre li furti che di continuo faceuano, lasciando alla notte cascare dalli carri di questa sorte di robbe infette, per le contrate, per li cantoni, li quali non conducendosi al Lazaretto destinato a questo effetto, per l’ingordigia veneuano rubbate dalli passagieri, per causa delle quali restauano molte persone tocche della peste in breue spatio di tempo, oltre che molti strazzi, et simile sorte di robbe putrefatte restauano sopra il corso Marino, et iui conueniua abbruggiarli per la loro pigritia et malitia di non condurgli al luogo destinato, et causauano fetori et pericoli grandissimi di nuouo contagio dell’aria. Fu ancora prouisto che sotto pena della forca, li monatti tenessero nette le contrate, ec. (Pag. 127.)

Se tanto interesse avevano costoro a diffondere il contagio, non si potrebbe inferirne che ricorressero altresì alle unzioni qual mezzo infallibile, secondo la credenza generale, a riuscire nel scellerato loro progetto? Del resto è una mera congettura storica che sottopongo al vostro giudizio, o lettori.

Molto fu scritto sul Processo del Mora, del Piazza e degli altri untori, e compiangendo questi infelici, periti fra i barbari supplizj, si gridò altamente contro l’ignoranza, la mala fede e la crudeltà dei giudici che li condannarono.

Io non voglio mettere in dubbio l’innocenza de’ primi, nè giustificare compiutamente l’operato de’ secondi, ma ritengo per intima persuasione, derivata da paziente e minuto esame di questo fatto storico, che, incolpando i senatori, non siasi fatto abbastanza ragione all’epoca in cui essi vivevano.

Pietro Verri, educato alle dottrine filosofiche, nemico de’ vecchi pregiudizj e abusi, che s’adoperò con zelo indefesso per isradicarli a vantaggio della sua Milano, tanto a lui cara, fu il primo a disseppellire l’obbliato Processo degli Untori. Che egli, amicissimo di Beccaria, lo coadjuvasse nel santo ufficio di far abolire la tortura che il secolo illuminato e i raddolciti costumi ormai tollerare non potevano, è naturale. Quindi nelle Osservazioni sulla Tortura, abbandonandosi agli impulsi del cuore, con quel suo stile vibrato e immaginoso, sviscerò, se permettete la frase, il Processo degli Untori, fulminandone i giudici, per dimostrare vittoriosamente l’assurdità e la scelleratezza della tortura, quale mezzo per iscoprire i delitti.

Ma noi, che nessuno scopo muove fuorchè la scoperta del vero, badiamo a non confondere la commiserazione col freddo ed imparziale esame voluto dalla critica storica.

La credenza negli untori era, come abbiamo veduto, generale dagli infimi del popolo, ai sommi magistrati, ai medici, al clero, data appena qualche rarissima eccezione. Di più tenevasi per certo che vi fosse un Gran Capo, il quale, con ogni sorta di mezzi, non escluso l’ajuto del demonio, dirigesse tutta la macchinazione a danno della pubblica salute. Gli animi erano trepidanti per quel misterioso pericolo, contro cui non sapevasi immaginare difesa; e accresceva tale febbrile inquietudine la esaltazione di mente che sempre domina nelle grandi calamità, mantenuta dal pensiero continuo della morte, che fa obbliare agli uomini le solite cure, e rallenta tutti i vincoli sociali. In questo stato di cose vengono accusati il Piazza e Giacomo Mora, il quale impacciavasi anche di flebotomìa e un poco di medicina, come solevano i barbieri d’allora, e come fanno anche oggidì in molti paesi d’Europa. Nella visita fatta in casa sua si rinvengono impiastri, olj, unguenti in buon numero (Processo, pag. 50 e seg.) fra i quali alcuni preservativi contro la peste. Arrestate altre persone di dubbia fama, trovansi anche presso di loro unguenti che si prestavano a vicenda per guarire dalla lue venerea ond’erano sporchi. I giudici credono avere scoperto il filo della congiura, e li sottopongono alla prova della tortura, che a quei tempi nessuno per sogno credeva ingiusta e barbara. Gli infelici, senza badare alle terribili conseguenze delle loro confessioni, per sottrarsi allo strazio presente, come è istinto nell’uomo, dissero quanto loro suggeriva il dolore, inventando fatti, esagerando azioni per sè indifferenti; quindi confermarono sempre più la opinione preconcepita dai giudici. E siccome questi instavano perchè nominassero il capo, si denunziò il Padilla figlio del comandante del castello. Forse era desso l’unica persona d’importanza da loro conosciuta, e tale da rendere credibile l’accusa, fors’anche fu per vendetta di servigj mal ricompensati dallo spagnuolo. Il quale, affetto egli pure da lue venerea, come pare indichi il Processo (vedi specialmente pag. 329), aveva forse avuto relazione con alcuno degli accusati per rimedj, o peggio.

Allora i giudici credettero aver rinvenuto gli untori ed il loro capo, e con maggior fervore continuarono il processo, che a molti infelici sgraziatamente costò la vita. Ma chi erano questi giudici che li condannarono a morire tra le più orribili carnificine? Uomini distinti per nobiltà, per sapere, per impieghi, che, durante la carestia e la peste, si adoperarono con zelo non comune a vantaggio della patria, uomini, che, nel generale scompiglio, rimasero fermi ai loro posti, ingegnandosi con ogni mezzo di alleviare i danni del contagio, di cui parecchi, come il Monti, presidente della Sanità, morirono vittima.