Deposizione del chirurgo Antonio Gambaloita a San Paolo in Compito.

Appoggiandosi al fatto che a taluni veniva prima la febbre, poi «sopraggiungevano bubboni, antraci et carboni», ed in altri accadeva il contrario, affermava essere il primo caso sintomo salutare, funesto il secondo giusta Ippocrate. «Questa fu la causa, dice, che presso di me (cioè in cuor suo) non credeuo che gli onti (se pure ve n’erano) auessero fatti progressi alcuni... E concludo che doppo cessato il sospetto degli onti la peste faceua l’istesso effetto, ed haueua gli stessi accidenti come nel tempo che si parlaua degli onti».


E seguono altre testimonianze di medici affermanti essere morto egual numero di persone anche dopo che non si parlò d’unti.

E il Padilla? era impossibile con tanto cumulo di prove che non uscisse innocente, ed uscì, dopo due e più anni di prigionia. Ma che il Senato lo dichiarasse tale con sentenza, ovvero gli aprisse il carcere, mettendo, come dicevasi, in tacere le cose, è quanto ignorasi, perocchè l’esemplare dell’intero Processo da me veduto finisce tronco. Per ora non mi riesce di sciogliere questo dubbio, malgrado lunghe e ripetute ricerche.

II. CONSIDERAZIONI SUL PROCESSO DEGLI UNTORI

Nel 1630 quasi tutta l’Europa era involta in queste tenebre superstiziose.

Verri. Della Tortura, pag. 212.

Dunque codesta triste e dolorosa storia delle unzioni si risolve in una patente ingiustizia imputabile soltanto alla crudeltà ed ignoranza dei Senatori? Prima di venire a siffatta conclusione, che sparge di tanta infamia la memoria loro, permettete che aggiunga alcuni riflessi.

Che dall’aprile all’ottobre 1630 siansi trovate più volte unte le pareti in varj luoghi di Milano, sembra indubitato, giacchè lo affermano e tutti gli autori contemporanei testimonj oculari, e le gride con tale unanimità, che il negarlo sarebbe un andar contro al criterio storico. Ma d’onde e perchè queste unzioni? Ecco il mistero. Dissero taluni che fu una burla di chi voleva ridere a spese della pubblica credulità, e ciò potrebbe accordarsi ove si fosse unto una o due volte, ma considerando la generale credenza nei veneficj di simili unzioni, il furore popolare e la morte sicura per legge cui affrontavasi, non è credibile che vi fossero ripetutamente uomini tanto disennati da mettere a repentaglio la vita per cavarsi il capriccio d’una semplice burla. Dunque? Io non sarei alieno dal credere che alcuni del volgo, e specialmente monatti ed altri addetti al servizio sanitario, persuasi come lo erano tutti a quell’epoca che vi fosse la peste manufatta, cioè unguenti e veleni atti a spargerla, combinassero chi sa quale miscuglio di schifosi ingredienti, imbrattandone le muraglie. E ciò allo scopo di vieppiù propagare il contagio che offriva loro insoliti e spropositati guadagni, e intera libertà di darsi in preda a gozzoviglie e sfoghi brutali.