Pure, risoluto ad afferrare ad ogni costo quell’unico mezzo di salvezza, immaginò la mattina seguente il suo romanzo. Se non che, caduto pochi giorni dopo il Baruello malato di peste (pag. 76), disse, per isgravio di coscienza, al carcerato Giacomo Palazzi, datogli per assisterlo: Fattemi piacere di dire al signor Podestà che tutti quelli che ho incolpati, li ho incolpati al torto, et non è vero ch’io abbia chiapato denari dal signor Castellano, perchè ne anche mai ho praticato con lui. Indi a due ore che fu sul far del giorno se ne morse.
Simili proteste fatte nelle ore estreme, quando lo spavento della morte vicina e inevitabile, forza anche l’uomo più scellerato a palesare intera la verità, provarono la piena innocenza dell’accusato.
Il Padilla partecipava all’erronea opinione dei tempi intorno ai patti conchiusi col demonio, quindi egli afferma che il Migliavacca ed il Baruello erano stregoni o dati al diavolo, e come tali essere verosimile che si siano mossi a far morire le persone con li onti maleficiati per sola et pura istigatione del diavolo, quale si sforza come ognuno sa a proccurare simili morti improvise alli uomini, perche non s’abbino tempo, ne commodità di confessarsi et ricevere li santissimi sacramenti, ma vadano dannati, et non già per istigatione o persuasione d’alcun uomo vivente. E per viemeglio provare che il Migliavacca era uno stregone, racconta che trovandosi egli in prigione immaginò insieme con altri di trouar forma di liberarsi dalle carceri. Et egli preparò un incanto per scrittura con cerchi, et caratteri diabolici scritto, e fatto a mano con la preda lapis; e poi con penna et inchiostro trascritto per fare che il Giudice delle loro cause, Notaro, Guardiani, et altri non trouassero mai reposso ne di berre, ne di dormire finche non hauessero liberato lui et altri dalle carceri, et che non liberandoli fossero morti fra poco tempo.
Chi dava fede a simili assurdità, era difficile non credesse agli unguenti pestiferi. E in vero risulta dal Processo che il Padilla opinava essere i medesimi adoperati in Milano. Nondimeno, benchè partecipasse a tale erronea ma comune credenza, addusse, per scolparsi, testimonianze che la dimostravano assurda. Voglio dire alcune deposizioni di medici che riferirò testualmente, perchè onorano il nostro paese, mostrando che nel generale delirio v’erano uomini che non lasciavansi illudere. Che se tacquero finchè cessato il tremendo contagio si calmarono gli animi, fu perchè avrebbero esposta inutilmente la vita senza lusinga che si desse loro retta, chè il fanatismo non ascolta ragione.
Il medico Appiano fu uno de’ più distinti e benemeriti, come vedremo nel Libro IV.
Deposizione del medico G. B. Appiano della parrocchia di S. Stefano in Broglio.
«Non solamente io ho visto la peste, ma provatala dal primo principio et medicatola sino all’ultimo fine, sì nel Lazzaretto come per tutta la città et tuttavia io l’ho sempre vista uniforme sì nelli mali che apportaua come nella maniera che ammazzaua et nella prestezza del tempo. E questo per infiniti casi veduti in quei principj nel Lazzaretto dove tutti gli appestati o vivi o morti erano condotti, non essendovi in quei tempi pur sospetto alcuno non che parola d’onti, tuttavia con accidenti terribili, e repentinamente morivano molti delli appestati.... Che se forse ne’ mesi caldi di luglio e agosto morivano più persone più presto et con accidenti più terribili, cagione della quantità dei morti n’era l’essere disperso per il contagio o commercio il male per tutta la città. Delli accidenti o morti più terribili n’era cagione il caldo, il quale quanto è maggiore tanto più fa malignare gli umori... perciò non mi meraviglio de detti accidenti. E dopo ancora li detti mesi caldi, et passato il sospetto dell’onto sono morti molti con gl’istessi accidenti, con li quali morivano quando degli onti si parlava».
E conchiude: «Onde, siccome ho detto da principio, mi pare che sempre dal principiar di detto male sino al fine sii sempre stato et uniforme a sè stesso et conforme a quello che viene descritto da buoni autori; et che siano occorsi casi simili a quelli che erano riputati d’onti sì avanti il sospetto degli onti come doppo, io ne posso fare certa e vera testimonianza per aver prima et più d’ogni altro medicato detto male sì nel Lazzaretto come per tutta la città».
Deposizione del fisico collegiato Branda Borri di Santa Maria alla Porta.
«Io ho medicato quasi tutto il tempo della peste, visitando moltissimi ammalati et ho notato in tutto quel tempo li segni di quel male, tanto in una persona quanto in un’altra, ch’io non seppi mai trovare, e accertare segni o accidenti o sintomi da noi detti, i quali mi potessero distintamente con le loro indicationi indurre a far conseguenza che più questo o quell’ammalato morisse di peste nata solamente da contagio, ovvero che procedesse dall’onto. E ciò l’ho potuto molto accuratamente notare et osservare, stando che essendo io già dalla peste infetto non visitauo altro che appestati ai quali io toccauo il polso, et vedeuo distintamente le urine, toccandoli ancora il male (bubboni) sì nelle persone ordinarie quanto ne’ grandi, et anche nelle clausure delle monache. In niuno de’ quali luoghi non ho mai potuto accertare et dire quest’è ammalato per esser onto, o per essergli in altra maniera il morbo contagioso comunicato... L’opinione del volgo ha sempre giudicato e tenuto piuttosto tutto il male procedere dall’onto, la qual opinione è sempre stata lontana dal mio sentimento. Poichè ancor ch’io non neghi che vi sii potuto essere stato l’onto col quale si potesse comunicare l’infettione, nulladimeno io tengo per fermo che moltissimi morissero di contagio ordinario, benchè da loro fosse stimato venir dall’onto.