«In nomine Jesu il 31 luglio 1630.
«Io Giacomo Mora, Barbiero, mi protesto, che essendo condannato a morte, e perchè io non voglio, et protesto di non partirmi da questo mondo con carico della mia coscienza, e perciò con la presente scrittura, e protesta, mi dechiaro, et dico sopra la mi coscienza che tutti quelli li quali sono stati nel processo incolpati da me per causa degl’onti pestilentiali, li ho incolpati al torto, et questo in quanto a me, et questo lo protesto avanti li Padri Capucini, et altri assistenti alla cura dell’anima mia».
Et a basso pur nell’istesso foglio si legge un’altra scrittura, cioè:
«In nomine Jesu il 1 agosto 1630.
«Io Guglielmo Piazza Commissario mi protesto, etc.» e ripete le parole medesime del Mora.
Rimaneva a sventarsi la deposizione del Baruello, il quale, per avere l’impunità e sfuggire ad una morte infame ha hauto tanto ardire da comporre il discorso tanto inverosimile et falso; e in sei ore divenne così letterato che seppe distinguere le voci hebraiche et latine se bene era persona lontana da tali scienze, e solo virtuoso nelle infamie. Inventando cerchi, proferendo nomi diabolici et adducendo concorsi del comune inimico, et il pantalone muto ma piacevole.
Gabriele Millione, curato di Sant’Eusebio, depose che essendo egli lontano parente del reo, aveva ufficiato per ottenere l’impunità quando fu condannato a morte. Raccomandatosi al fiscale Bottinoni, questi gli disse che il Senato aveva firmata la sentenza, ma però a sua persuasione egli s’accontentava di procurargli da S. E. l’impunità, et salvarlo dalla morte et da qualsivoglia altra pena da un esiglio perpetuo in poi dallo stato di Milano. Il fiscale fece avere il permesso di parlare col reo al curato Millione, che lo trovò nella camera della corda che diceva l’uffizio, ed al vederlo esclamò. Oh monsignore portate forsi cattiva nova? ed io li risposi pur troppo la porto, et così li dissi come il Senato l’haueva sentenziato a morte. Soggiunse però che gli otterrebbe una lettera d’impunità ove si risolvesse a dir il vero circa gli unti. E il Baruello: faranno poi di me come hanno fatto del commissario? alludendo al Piazza cui erasi lusingato coll’impunità. Nondimeno tanto è prepotente l’amore della vita! immaginò subito una filastrocca tale che ben sapeva andrebbe a genio al Senato, e disse che lo avevano un giorno condotto a casa del Mora il quale leuata una tappezzeria l’introdusse in una gran sala (nella casipola del Barbiere!) dove vide dieci o dodici persone assentate sopra le cadreghe fra quali vi era il signor D. Giovanni Gaetano Padilla.
Il curato Millione per quanto gli fosse caro salvar il parente, non potè a meno di farli osservare che ciò era assurdo: allora il meschino rispose: tornate domani che fratanto vi penserò. Ma l’indomani disse ingenuamente che in verità non sapeua che dire.