E narrato l’avvenimento colle parole del Tadino, conchiude: «Presso cui sia la fede, se tali unguenti fossero fatti per arte diabolica, et atti a dare la morte, non volendo noi farci mallevadori di tale asserzione».

Ma il giudizioso dubitare del buon Lattuada fu un’eccezione quasi senz’esempio, poichè ci è grave il dirlo, i più stimati ed eruditi uomini dello scorso secolo prestavano intera fede alle unzioni. Ed era sì profondamente radicata codesta credenza, che non solo il volgo, ma i primi magistrati e letterati chiarissimi l’avevano quasi per articolo di fede.

Nel 1713, vale a dire quasi un secolo dopo, essendovi sospetti di contagio dal lato del Piemonte, il presidente della Sanità di Milano scriveva al commissario d’un villaggio sul Lago Maggiore, raccomandando somma attività e vigilanza, perocchè era giunto a notizia del magistrato che girassero da quelle parti Untori per diffondere la peste. Ho veduto la lettera io stesso in una raccolta di documenti patrii.

Quell’Argellati, che i benemeriti cavalieri milanesi, fondatori della Società Palatina, chiamarono da Bologna a Milano per dirigere la splendida edizione degli Scrittori delle Cose Italiane, immaginata dal Muratori, quell’Argellati che sì bene rimeritò l’ospitalità avuta tra noi, stampando nel 1745 la sua laboriosa e tanto utile Biblioteca degli Scrittori Milanesi, parlando in essa del Monti, presidente della Sanità durante la peste, chiama Onorevole Menzione che il suo nome figuri nell’iscrizione della Colonna Infame tra i giudici degli Untori. Il sapientissimo Muratori, che ad una sterminata erudizione univa pietà sincera e carattere mansueto, credeva egli pure al delitto degli Untori: «Ne esiste tuttavia, dice nel Governo della Peste, cap. 10, la funesta memoria nella Colonna Infame posta ove era la casa di quegli inumani carnefici».

E in epoca ancora più vicina, l’Orazio Lombardo, che con sì frizzante ironia e ingegno sì svegliato insorse a flagellare gli effeminati costumi del suo tempo, e tanti vecchi pregiudizi fulminò coll’ira del verso potente; egli, uomo di alti sensi e di libera mente, che dalla sua cattedra d’eloquenza educava la novella generazione alle idee del giusto e del bello, partecipò all’erronea credenza sulle unzioni.

Il traduttore in dialetto milanese della Gerusalemme del Tasso, Domenico Balestrieri, in una nota alla stanza 70 del canto VIII ci conservò un frammento d’un Sermone Chiabreresco e del più fino gusto, Orazione che l’abate Parini, degnissimo R. Professore d’Eloquenza, ha recitato in un’accademia pubblica. Si figura in esso d’incamminarsi al Tempio di San Lorenzo, vivamente esprimendosi in questa guisa.

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Quando tra vili case in mezzo a poche

Rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi.

Quivi romita una colonna sorge