Il Viatico portavasi intorno per le strade coll’apparato e coi lumi che permettevano le circostanze: ove incontravasi qualche moribondo giacente per terra, sostavano, ed uditane la confessione, gli porgevano il pane degli Angeli, il che era d’eccitamento agli altri a ricevere il santo Viatico, che loro schiudesse le porte del cielo. Frati e sacerdoti battevano alle porte, salivano con scale per le finestre, recando seco vivande e distribuendole con pronta e fervorosa carità. Traevano seco loro dal palazzo del Cardinale cestelli con entro frutti e ghiottornie che stuzzicassero il palato anche de’ moribondi.

Mentr’essi così provvedevano ai bisogni corporali, ed in uno delle anime, sopraggiungeva sovente il Cardinale medesimo, con gran gioja dei malati e de’ pietosi sacerdoti che gli assistevano. E se egli ne incontrava alcuno portante sotto il serico ombrello il Viatico in qualche casa d’appestati, il seguiva, e ritornava fino alla chiesa d’ond’era uscito. Accadde un giorno, cosa degna d’essere ricordata: una vecchia ed un uomo d’età matura s’inginocchiarono dinanzi un sacerdote che portava il Viatico, chiedendo di comunicarsi, sebbene non avessero lavata l’anima dalle peccata. Il cardinale presente li rimbrottò in tal tuono, che agli astanti sembrò udire un profetico vaticinio. «Perchè qui venite con falsa e intempestiva pietà? perchè non mondarvi col Sacramento della Penitenza innanzi d’accostarvi al tremendo mistero dell’Eucaristia?» I due se ne andarono confusi, e palesarono, confessandosi, il tentato sacrilegio.

Adoperavasi il Cardinale che l’augustissimo Sacramento Eucaristico venisse amministrato con decoro in mezzo a tanta confusione d’uomini e di cose. E ciò fu di grande vantaggio spirituale.

IV. Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico.

Indegna e sconcia cosa era non solo il vedere, ma il pensare che i sacri ministri venivano ammonticchiati sui carri, insieme fin anche a’ nudi cadaveri di donne, e gettati alla rinfusa nelle fosse senza onor di sepolcro. Turpe spettacolo e turpe uso, conseguenza di quei giorni di miserie e calamità! L’edificio che dicesi la Canonica, apparteneva già agli Umiliati, i quali vi passavano i giorni nell’inerzia colle inutili loro ricchezze: incorsero le ecclesiastiche censure, e dopo l’inaudito misfatto, abolito l’Ordine[131], vi sottentrarono i chierici che ivi hanno stanza, e vengono educati al sacerdozio. Federico destinò codesto edificio per lazzaretto ecclesiastico, all’uopo di trasportarvi non già tutti i preti ed i chierici appestati, ma quelli soltanto che prendessero il contagio nell’esercizio del loro sacro ministerio.

Vi mise a direttore Girolamo Settala[132], fratello del protofisico, e che da arciprete di Monza era venuto penitenziere maggiore in Milano; uomo di tal sapere e virtù, che pochi ne ebbe d’eguali la Chiesa nostra, e pochi forse ne vedranno in futuro le altre chiese e città. Lui morto, vi mandò Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, nominato dal principio di questo libro. I due accennati direttori del lazzaretto ecclesiastico scelsero parecchj tra i più idonei della veneranda Congregazione degli Oblati, i quali avessero cura che i sacerdoti infermi alla Canonica fossero ben trattati, e in uno non mancassero dei sussidj della religione a ben morire. Grandi provviste eransi fatte nel locale delle cose necessarie; e il Cardinale ordinò si mandasse ivi dal suo palazzo ciocchè abbisognava.

Eranvi medici, chirurghi, inservienti ed altri mercenarj per supplire alla meglio qualora alcuno di loro perisse. Morti i primi Oblati nel lazzaretto[133], altri di quella Congregazione sottentrarono alacremente, desiderosi della palma e per far cosa grata al Cardinale, e perchè reputavano una gloria l’avventurare la vita in quell’ufficio di carità. Siccome però le ricchezze del Borromeo ed i denari del pubblico mal bastavano a tante spese, s’invitarono i parrochi, i canonici e gli altri ecclesiastici della città a voler dare quella somma che ciascuno poteva per sostenere quel lazzaretto, aperto a loro vantaggio, e del quale forse ciascuno avrebbe bisogno. Non pochi inviarono denaro per sentimento di carità, altri per rossore, altri perchè ricchi.

Molti danarosi, che trovavansi malati in quel lazzaretto, vedendo avvicinarsi la morte, testarono ai custodi le ricchezze che seco non potevano portare, e che ormai dispregiavano, rivolti i desiderj ai beni dell’altra vita. In tal modo s’accrebbero i fondi di quella caritatevole istituzione. Sussistè per quattro mesi il lazzaretto nel locale della Canonica, con numero variabile di ammalati, però non minori giammai di sessanta. Ognuno di essi, guarendo, assisteva gli altri, ed in tal guisa mostravano la loro riconoscenza della ricuperata salute a Dio, al Cardinale ed alla nostra Chiesa.

V. Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova.

Il 22 giugno stava Federico nella sala del palazzo in cui si custodisce la croce arcivescovile. Erano due ore di giorno, ed egli, celebrata nella domestica cappella la messa, passeggiava su e giù a lenti passi immerso ne’ suoi pensieri, ovvero appoggiandosi al muro, dava udienza a chiunque bramasse parlargli, essendo a tutti libera l’entrata: così soleva impiegare il Cardinale quell’ora mattutina a sollievo dell’animo oppresso da tante cure. Io mi trovava a caso in un angolo di quella sala vicino alla porta, e vidi per la lunga fila di stanze inoltrarsi a pari passo due contadini d’età quasi eguale, d’onesta fisonomia, ma con vesti ancora più vili di quelle che indossano i bifolchi.