Assecondando i magnati, che alle prime minaccie del contagio fecero quanto loro suggeriva il timore e l’esperienza, Federico si diede premura per salvare i corpi, e più assai le anime del proprio gregge. Nè credendosi atto a sostenere da solo sì grave incarico, raccoglieva ogni giorno a consiglio i più prudenti suoi sacerdoti, eccitandoli ansiosamente ad esporre le loro opinioni, ed agiva in conformità delle medesime e della propria saggezza.
Ottimo consigliere, sulla cui autorità riposava sicuro, era S. Carlo, che scrisse Commentarj ed il Memoriale intorno la pestilenza del suo tempo (1576). Traendo norma da tali Memorie, altre aggiungendone, Federico stabilì il metodo di tenersi in quelle calamitose circostanze, additando ai sacerdoti ed al popolo la via che guidava a salvamento. Indicò che cosa dovessero fare, che cosa evitare, per non contrar la peste coll’alito o col contatto, e per non inasprire vieppiù l’ira divina.
Tramise a’ sacerdoti tutte le facoltà ch’egli aveva dalla Santa Sede per assolvere i moribondi, e nuove impetronne dal Pontefice, estendendole a tutto quanto il clero della diocesi, affinchè non mancassero ai peccatori negli estremi momenti i soccorsi della religione. Tali provvedimenti furono disposti dal Cardinale allorquando andavano crescendo i rumori di peste; ma non appena ella avvicinossi a Milano, crebbe in lui lo zelo; teneva continui colloquj coi decurioni, inanimava i parrochi, calmava lo spavento, ed offriva premj perchè si affrontassero con coraggio pericoli ormai inevitabili. Eccitò anche i superiori de’ monasteri ed i capi degli Ordini religiosi, i quali, mossi dalla celebrità dell’Arcivescovo, volonterosi accorsero, offerendo l’opera loro, pronti ad ubbidire ogni suo cenno. Ed egli gli encomiava, dando promessa, che oltre l’eterno premio che sperar potevano dal cielo, terrebbe conto della carità e dell’ossequio dei singoli, ricompensandoli in modo, che riuscisse a vantaggio de’ rispettivi loro Ordini.
Assicurava che non si muoverebbe dal suo posto finchè la peste durasse in Milano[126], non uscendo nè dalla città, nè dal palazzo se non chiamato dalla salute del popolo o da qualche pubblica necessità. E attenne la promessa fino al punto che da taluni si tacciò la sua costanza di pertinacia; imperocchè, morti quasi tutti i famigliari, Federico, desolato e mancante de’ necessarj sussidj, ricusò di partire, contro le preghiere degli amici, dei grandi, degli stessi medici, i quali lo persuadevano a ritirarsi per alcun tempo in una salubre villa[127].
Pregato, andava a visitare i Lazzaretti, e affacciavasi alle porte ed alle finestre dei poveri tenuti in sequestro per soccorrerli. Non vietava l’accesso a chiunque voleva parlargli, non tralasciava i sacri riti e le cerimonie e le omelie, e rimproverava con voce paterna ora dal pulpito, ora sui carrobbj chi fosse restio a riconoscere gli oracoli e gli avvisi del cielo. Fui presente anch’io allorquando predicò al fonte di San Barnaba[128], ove si recò processionalmente a ordinarvi preghiere affine d’impetrare soccorso dal cielo per mezzo dell’Apostolo, che le antiche memorie di Milano e la comune credenza acclamano fondatore e primo vescovo della Chiesa nostra.
Non erano ancora serrate tutte le case, come avvenne in appresso, non ancora i cittadini si evitavano l’un l’altro, non era la città ancor ridotta in solitudine, e il popolo, che in breve cader doveva vittima del contagio, tuttora in vita, seguiva alla rinfusa l’Arcivescovo supplicante, il quale col ricordare, per la scarna e pallida faccia, S. Carlo, traeva le lagrime sugli occhi ed i sospiri dall’imo petto ai molti, che rammentavano averlo veduto girare orando per la città nell’antecedente peste.
Celebrato che fu al fonte di San Barnaba il divino sacrificio, Federico salì in pulpito, e con voce quando chiara e sonora, quando rauca e flebile, facendosi intendere in tutto il circostante campo, vaticinò, come i profeti, ciocchè avvenne.
«Milanesi! popolo infelice! moltitudine che stai per divenir preda della peste! Già già ti sovrastano le saette della giustizia divina: andrete cadaveri sotterra, e le anime vostre dovranno presentarsi al tribunale di Dio. Ma tu, o popolo, non mi vuoi credere finchè non avrai riempiti di morti le fosse, finchè le tue carni non saranno pasto ai vermi!» E continuò di questo tenore.
Allorchè poi si chiusero tutte le case della città, e fu pieno il Lazzaretto, l’Arcivescovo scelse i più cospicui del clero che attendessero ai singoli ufficj, invigilando ai loro soggetti. E non fidandosi alla cieca nè degli uni, nè degli altri, mandava in segreto alcuni suoi fidi, che ogni giorno lo informassero esattamente di tutto quanto accadeva. Voleva egli sapere prima il numero dei morti; indi i casi speciali, e se alcuno ve n’era nuovo atroce, miserando, o andava all’istante egli stesso[129], ovvero spediva altri, porgendo tutti i possibili soccorsi. Rimproverava e puniva, colla severità dello sguardo, i renitenti al loro dovere; ed era il gastigo da lui adoperato quando aveva giusto motivo di malcontento. Un sacerdote che abbandonò il proprio gregge, fu da Federico costretto a tornare, sotto pena di sospensione: con tutti poi largheggiò di ricompense, estendendole anche ai loro parenti. I parrochi furono i più benemeriti, poichè fra le azioni mirabili ch’io narrai, primeggiò l’alacrità indicibile colla quale essi sprezzarono i pericoli ed affrontarono la morte, mentre servivano a Dio, alla patria, al Cardinale.
Vidersi a que’ giorni i sacerdoti accorrere in mezzo al popolo moribondo: spettacolo orrendo e in un pietoso, che forse più non rinnoverassi! A tutte le ore della notte andavano in giro per le case dov’eranvi malati o morti di peste per assisterli ed amministrar loro i sacramenti. Alcuni de’ medesimi contrassero la peste, e morirono insieme con tutta la famiglia; altri, superstiti ai loro cari, non vinti dall’angoscia, nè l’immagine della morte, continuarono imperterriti fino all’ultimo nell’adempimento de’ proprj doveri. I parrochi, i canonici, i semplici preti si meritarono lodi per sì esemplare condotta; e molti, cui sarebbe stato lecito l’allontanarsi, rimasero al posto, fungendo il ministero di parrochi. I Domenicani specialmente, i Teatini, i Frati Minori, distinti pel cappuccio, ed i zoccoli[130] presero parte alle fatiche ed al martirio; e come martiri gli ammirava l’intera città. Accrebbero essi con tali meriti la nobiltà de’ proprj Ordini, e i Milanesi gli tennero e li terranno sempre in luogo di padri. Bello vedere quei religiosi frammisti ai parrochi gareggiando nella gloriosa lotta contro i pericoli e la morte! bello e consolante in mezzo a tanto lutto vedere i parrochi raddoppiare gli sforzi per uscir vincitori, e se pure venivano da’ zelanti religiosi superati, andarne lieti come d’un loro trionfo.