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Bastantemente chiaro, io son d’avviso, appariscono nel libro che composi intorno la vita ed il pontificato del cardinale arcivescovo Federico, l’animo generoso e le virtù di lui in ogni circostanza gareggianti colle sublimi del santo suo cugino. Il quale volume[121] consegnai a Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, ed erede delle virtù avite, perchè, esaminata la mia narrazione di que’ singolari avvenimenti, la pubblichi, se il crede opportuno. Si ammirano in esso opere pastorali e virtù degne degli antichi vescovi ed imperatori: fatiche, sto per dire, militari nelle cose ecclesiastiche, animo cupido solo dell’onesto; modestia, sobrietà e quel misterioso candor virginale[122] che mai viene facilmente creduto in alcuno, e che Federico, per opinione comune custodì intatto per tanti anni: vi si discorre altresì de’ suoi studj e delle opere che compose. Avessi io almeno esposte tutte queste cose colla dignità e l’eleganza, eminenti doti proprie di quell’esimio scrittore!
La virtù di cui egli più compiacevasi, e che recava a tutti meraviglia, fu la vigilanza assidua pe’ suoi soggetti, non già come suol essere in molti limitata a sole parole e consigli; ma generosa, pronta a qualsiasi dispendio a vantaggio della pubblica salute, e della vita degli individui.
II. Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste.
Federico in quell’anno (1629) che si cominciò a susurrare della peste, udito che già serpeggiava all’estremità della milanese diocesi nelle vallate soggette ai Grigioni ed agli Svizzeri, si turbò a tale annunzio, come un padre di famiglia che sente colpiti all’improvviso i suoi figli da una grande sciagura. Prima inviò ordini ai parrochi ed ai vicarj su quanto dovevano tener d’occhio o fare, onde i rei di gravi colpe non morissero senza i soccorsi della Chiesa, ed anche perchè spinti dal bisogno e dalla fame non s’abbandonassero alla disperazione il peggiore di tutti i peccati. Indi elesse un sacerdote di sperimentata prudenza, e di specchiati costumi, e fornitolo di denaro, lo spedì nelle valli affinchè dirigesse co’ suoi consigli que’ rozzi abitanti; siccome fece con molto senno.
Di ritorno da essa missione, venne largamente rimunerato dall’arcivescovo, il quale aveva presa cura di quei valligiani appena tra loro s’introdusse, per le facili comunicazioni colla Germania, la peste, di cui allora neppure eravi timore fra noi. Durante la carestia, che fu la prima ruina del nostro paese, non il solo Milano, ma le terre vicine e discoste, gli abitanti della pianura e dei monti sperimentarono del pari gli effetti della paterna sollecitudine di lui.
Come se fosse ei pure uno del pubblico Consiglio, emulatore della carità cittadina e promovitore in uno di essa, spediva e faceva distribuire pe’ villaggi sacelli d’orzo e frumento, perchè almeno patissero meno la fame se non gli era dato di nutrirli tutti. E allora che quella turba di contadini, abbandonati i campi, i monti e le valli rifuggiossi, come narrammo, in Milano, egli dischiuse agli infelici spontaneamente una casa dove ogni giorno venivano loro distribuiti alimenti: le schiere de’ poveri rifocillati il mattino con pane e minestra, avevano per quel giorno certa la vita, cui minacciava la fame[123].
E siccome i poveri, allettati da quella elemosina, accorrevano sempre più numerosi alla città, e molti, sfiniti per languore, giacevano moribondi per le strade, esalando l’ultimo fiato prima di poter ricevere alcun alimento, il Cardinale con antiveggenza paterna faceva girare de’ sacerdoti[124], che a quei moribondi porgevano cibi e bevande confortanti, e li munivano ad un tempo de’ conforti religiosi; conducendoli poscia in attigue case, ove col necessario riposo e coi rimedj potessero riaversi. Cotesta caritatevole istituzione continuò fintanto che il pubblico Consiglio giudicò opportuno raccogliere tutti i poveri vaganti per la città e rinchiuderli nel Lazzaretto.
Non per questo desistè Federico di nutrire in egual modo e riconfortare i molti che, o nojati della disciplina del Lazzaretto e della chiusura ne uscivano, o giungevano nuovi in Milano, abbandonati i proprj abituri. Egli sostenne, insieme al Consiglio, il peso di quegli affamati fin dove concedevano le sue rendite: e in lui trovarono ancora sostegno i miserabili quando, usciti dal Lazzaretto, riempirono e contaminarono di nuovo la città. La carità del nostro Pastore è paragonabile alla carità e munificenza del municipio verso l’afflitta patria, e verso tanto popolo ridotto agli estremi[125]. Il qual paragone sarà valutato dagli imparziali, poichè siccome Federico era anch’egli uno de’ cittadini, così la gloria comune di questo esempio vivrà duratura nei secoli.