Tale è l’opinione di Federico intorno la duplice origine del morbo; quanto a inganni ed artificj di principi e re stranieri per diffonderlo, ed a congiure per devastare Milano, egli nega ve ne siano stati. Circa l’unto venefico per spargere la peste, le misture avvelenate, i veneficj, egli lascia in dubbio se realmente ve ne furono, ovvero se li abbia sognati la vanità ed il timore degli uomini. Pur nondimeno mostrasi proclive a dar fede a quanto fu detto e creduto, che alcuni facinorosi e insani immaginassero la scelleraggine degli unti nella speranza di rubare; e paragona la loro follia alla stoltezza di certe arti. Che mai non fantasticano gli astrologi e gli alchimisti? così del pari gli untori avevano forse vagheggiato un immenso bottino e cambiamento di fortuna qualora si estinguessero le famiglie e si distruggessero le case; ad ogni modo è cosa incerta ed ancora nascosta nel mistero, ciò solo è sicuro ed evidente, che la peste afflisse Milano per voler celeste, affinchè i cittadini si emendassero.
Dopo le stragi della pestilenza, apparvero in maggior numero che per l’innanzi delitti e libidini dei plebei e de’ nobili; della quale corruttela e perversità, molteplici furono per avventura le cause e principalissima la seguente. Gli uomini, cessata la peste, insuperbirono, abbandonandosi ad una gioja smodata e puerile come se avessero trionfato della morte, essendo favoriti dalla prospera loro sorte nell’universale calamità. Siccome quei che privi a lungo di cibo e di vino, non appena vien loro fatto d’averne se ne riempiono l’epa, così costoro, immergendosi in ogni genere di voluttà delle quali credevano essere rimasti defraudati, si gettarono più sfrenatamente ad ogni vizio, gozzovigliarono, lascivirono.
Le esposte cose rinvenni scritte nelle Memorie che il Cardinale compilava di mano in mano.
In esse con eguale diligenza e saggezza notò e raccolse quanto riferivasi alle arti di spargere il contagio ed all’origine loro; ragionò de’ mostri, dell’orribile aspetto della peste, della penitenza dei cittadini e frequenza ai sacri misteri de’ sacerdoti: descrisse i vani specifici adoperati dal volgo per evitare il contagio; ed i rimedj salutari che potevano adoperarsi per ristorare, dopo sì gran strage, la città, e far rifiorire le arti. Tali ed altre cose desunte dalle sue Memorie, e qui ripetute, hanno tanta maggiore autorità, in quantochè lo Scrittore, per grado e per santità eminente, discuteva con somma prudenza ogni fatto riferito.
Nel capitolo Degli Unguenti pestiferi, Federico s’esprime in questa guisa: «Agevolmente e volentieri si mischia la verità colla menzogna, le cose veridiche colle false; quindi intorno la peste manufatta molto fu detto che può essere creduto, o confutato con pari facilità. E noi abbiamo ammesse alcune cose, mentre siam d’avviso che a certe altre si possa negare credenza. Non esitiamo di affermare per sicuro che furonvi molti i quali per iscusarsi della loro riprovevole negligenza, divulgavano che venne loro attaccata la peste cogli unguenti, mentre la contrassero coll’alito od il contatto.
«Circa le arti dell’ungere, raccontavansi le seguenti cose, se vere o false lo ignoro. Aggirarsi e vagarsi per Milano taluni con carte avvelenate che, sporte come suppliche agli incauti, contaminavano e davan morte a chi le pigliava. La terra, i grani e perfino le picciole monete distribuite in elemosina a’ poveri, essere asperse di quella materia venefica. Aggiungevano che si appiccicavano gli unti alle pareti col mezzo di pertiche e soffietti, e che la rabbia de’ congiurati untori giunse a tale, che uno dei loro emissarj cercò d’introdursi in un monastero, dove ammesso, recò, sotto velo di santimonia, il contagio, ungendo dal primo all’ultimo gl’infelici monaci, i quali tutti perirono prima che venisse discoperta la frode.
«Questi ed altri racconti che giravano in bocca di molti, noi nè crediamo, dice il Cardinale, nè osiamo dire temerariamente divulgate».
Quanto poi al furore dell’ungere si esprime come segue.
«Nel Lazzaretto un untore confessò in pubblico d’aver fatto patto col demonio, e additò il luogo ove aveva nascosti i barattoli e i vasi dei veleni, ed appena ebbe finito di parlare, spirò. Momenti prima, stimolato da disperazione e rabbia, egli aveva cercato un pugnale per uccidersi; ma non riuscendogli ottenerlo, tentò segarsi la gola con una pietra tagliente. Una donna confessato il delitto, accusò la figlia sua partecipe e ministra: arrestata immediatamente, si rinvennero presso di lei i barattoli e gli altri stromenti delle unzioni. Un tale reo convinto dello stesso misfatto traducevasi al supplizio sopra un carro fra la moltitudine accorsa allo spettacolo, martoriato, a tenore della sentenza, per tutta la strada dal carnefice, il quale con tenaglie roventi gli stringeva le braccia e le nude membra. Il paziente, additando uno degli spettatori, disse ai satelliti d’arrestarlo, essendo reo d’aver sparsi in sua compagnia gli unti, facendo morire un gran numero di persone.
Questi ed altri casi furono raccolti e narrati dal Cardinale, ed io ne trascelsi alcuni pochi per offrire un saggio ed un esempio della stoltezza di quegli untori. Ma poichè, siccome accennai più sopra, gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un’arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell’estremo de’ mali[139]; io, per conchiudere sulle controverse opinioni, riferirò un passo del medesimo Federico, che pone ad esame le ragioni addotte da entrambe le parti.