«Consta, dic’egli, non essere stata questa la prima o l’unica pestilenza che si dice composta per frode e colpa dei mortali, poichè e in Italia e fuori ebbero luogo più d’una volta somiglianti sfrenatezze. Esiste un libro della peste manufatta, prova non dubbia che gli uomini inferocirono altre volte a danno della vita e della pubblica salute, imitando in certa guisa le divine saette, con scellerate invenzioni, per compiere il loro delitto. Nè questa è cosa di facile esecuzione, sibbene soggetta a molte e incredibili difficoltà, come si riferisce dell’arte degli alchimisti, i quali s’affannano a cuocere metalli e trasmutarli, ma ad onta degli indicibili loro sforzi, invecchiano senza riuscirvi. Gli untori però, trovato che abbiano i venefici unguenti, paghi d’aver in mano questo colpevole mezzo, con molta facilità e speditamente commettono il misfatto. Agli sfrenati appetiti degli uomini ed a’ molteplici veleni che offre la natura, s’aggiunse il potere dei demonj, nemici sempre del genere umano, eccitatori e maestri ai delitti con cui i mortali, nuocendosi tra loro, offrono all’eterno nemico graditissima preda di corpi e di anime.

«Tutto ciò conferma la divulgata opinione degli unguenti e dei veleni, ma alla stessa opponesi che tali misfatti erano ineseguibili con soli mezzi privati, e d’altronde nessun re o principe ajutò gli untori coll’autorità sua o con sussidj. Di più non si rinvenne mai alcun capo od autore di codeste scellerate unzioni, a provare l’insussistenza delle quali non è lieve congettura, l’essere svanite da sè, mentre sarebbero, fuori di dubbio, continuate fino all’ultimo, ove fossero state sparse con metodo sicuro. La storia pende dubbiosa fra le due opposte sentenze. Soltanto sì Lombardi che stranieri, di carattere violenti, usi alle lascivie, annojati dello scarso stipendio de’ faticosi lavori e di soffrire la fame, conseguenze tutte della condizione infelice dei tempi, incominciarono a far tra di sè combriccole per rinvenire un termine ai proprj mali. Ajutati dal demonio, il quale vieppiù aizzava i loro animi accesi, immaginarono quest’arte di ungere, i cui elementi avevano per avventura imparati ne’ paesi, d’onde la peste fu recata in Lombardia.

«E non è cosa nuova che uomini scellerati, per sottrarsi a’ mali ed incomodi, ricorrano ai delitti. In ogni secolo esisterono uomini che i sentimenti e la fortuna eguale consociò, siccome attestano le storie romane, dei congiurati di Catilina. Che poi codesti untori fossero i più spregevoli e corrotti degli uomini, chiaro apparisce dal modo con cui incontrarono la morte. Parecchi di loro, sprezzando gli inviti all’eterna salute e i sacramenti, perseverarono torvi e impenitenti già col laccio alla gola, talchè, dopo varj tentativi ed esortazioni, si strangolavano come già dannati all’inferno.

«Uno tra essi, côlto sul fatto mentre ungeva, e tradotto senz’indugio alla forca, veduto un carro sul quale stavano i Monatti sovra cadaveri d’appestati, prese la corsa, e si slanciò in mezzo a quella pestifera turba, quasi in sicurissimo asilo, fra i bubboni e la marcia grondante, dove nessuno avria osato porre le mani su lui. Côlto da un nembo di sassi e projettili, cadde ferito in più parti, e sul carro medesimo fu tradotto alla fossa[140]».

Fin qui il Cardinale con prudenti sentenze; e continua a discutere con maggiore sottigliezza, all’uso dei filosofi, sui veleni ed unguenti per comporre, alimentare e spargere la peste, affinchè gli untori avessero tutto l’agio di rapinare e far bottino in mezzo ai malati ed ai cadaveri.

Il Cardinale narra poscia i seguenti miserandi e abbominevoli casi.

Ad una nobile fanciulla erasi talmente enfiata la lingua chiudendo la chiostra dei denti, che per otto interi giorni non potè inghiottire cibo. Tagliata dappoi l’ulcera, ed introdotta in bocca una cannuccia, i genitori vi stillarono alcune goccie, che diedero all’inferma un momentaneo ristoro; ma rincalzando il male, poco stante spirò. Un monaco, per un eguale tumore, rimase dieci giorni senza potersi cibare, e colla lingua sporgente dalle fauci due dita di lunghezza, sicchè tra spasimi atroci, e presentando un ributtante spettacolo, morì. Una donna nel Lazzaretto continuò cinque giorni a correre su e giù, percorrendo sempre lo stesso tratto, nè fu possibile tenerla quieta, chè il morbo l’aveva resa furente: stracciava la veste, nudandosi il corpo, e spezzando i legami. Casi simili e la smania di andar nudi, riferisce Tucidide, che nobilitò colla sua storia la peste di Atene.

Fuvvi un altro nella turba del Lazzaretto che avendo a nausea il cibo, rimase per otto giorni quasi digiuno e senza parlare come fosse privo di lingua, talchè fu ritenuto per morto. Il nono dì, ito alla stalla dei Monatti, ed agguantato la notte un indomito cavallaccio, lo inforcò, e cacciandolo a corsa fino all’alba senza respiro, l’affaticò in guisa, che il cavalcatore e la bestia, cadendo esanimi a terra, spirarono.

Uno rimase in vita, cadutegli ambidue le gambe incancrenite; un altro, scoppiatogli un bubbone sul petto, mostrava, in respirare, orrenda vista! i palpitanti precordj.

Un giovane monaco, smarrito il lume dell’intelletto e in delirio per violenza del morbo, fuggì dal chiostro, e vagava per la città, e dicendo esser egli il papa, sporgeva il piede al bacio. E siccome niuno appagava questa pazza fantasia, si astenne dal cibo, risoluto di morire. Il simulato ossequio fu rimedio all’infelice deliro, e venerato come pontefice da taluni, consentì a prendere gli offerti alimenti, e risanò dalla peste, e in uno della sua monomania.