Miseranda e ridicola fu l’insania d’un altro, il quale, immersosi in uno stagno coll’acqua fino alle fauci, durò per tre giorni senza pigliar cibo, canterellando d’aver trovato un asilo sicurissimo contro i satelliti, e che gli erano stati derubati dieci mila zecchini avuti in regalo dall’imperatore.
Un fenomeno quasi identico a quello della pestilenza d’Atene, secondo racconta Tucidide, fu rimarcato anche tra noi, cioè che i moribondi cercavano i pozzi e le acque in genere.
Orrendo spettacolo e ributtante a vedersi più d’ogni altro, fu che malati ed anche gli uomini sani e robusti, stillando marcia e sangue dalla bocca o dal naso, stramazzavano a terra, spirando al momento.
Il dolore di capo fece ad alcuni schizzar gli occhi ridendo, e vantandosi di non aver indosso la peste, esalavano l’anima; altri si precipitarono dalle finestre. Taluni vennero a rissa armati di bastoni: abbattuti dalle percosse, e in uno dal morbo, giacquero estinti nel luogo stesso dove si batterono, spinti da pazzo furore.
Le donne incinte abortivano, e i bambini che nascevano vivi, davansi da allattare alle capre, le quali, addestrate a codesto pietoso ufficio, vagavano pei prati del Lazzaretto, porgendo le poppe con amorevolezza quasi materna. E si osservò che una di esse capre aveva preso tanto amore ad un suo lattante, che se le veniva tolto, ricusava dare le mamme a qualunque altro. Alcuni, per curiosità di far sperimento di questa strana affezione della capra, nascosero il bambino; e la bestiola, irrequieta, palesò il dolore belando e rifiutando il pascolo; e sembrava cercasse in modo intelligibile il suo alunno, il quale, riavuto che ebbe, saltellava con insolita vivacità, esternando la propria gioja.
Ultimi esempj codesti delle umane miserie; ma dono speciale della misericordia divina in tanta confusione di cose e tante sciagure, fu il seguente. Alcuni uomini scelleratissimi, i quali da venti anni non avevano mai confessato le loro colpe, e se per avventura lo fecero, astretti dalle leggi ecclesiastiche, con frode e sacrilego inganno contaminarono sè stessi ed il sacramento della penitenza, tocchi di repente nel Lazzaretto dalla grazia celeste, si pentirono, lasciando dopo morte tale opinione di loro come se fossero saliti direttamente in paradiso. A taluni fu sì benigno Iddio, che negli estremi momenti di vita concesse la beatifica visione dei Santi, e specialmente della Vergine Maria, che additarono ai circostanti, i quali resero testimonianza del prodigio. Ciò affermava il cardinale Federico.
Al medesimo non andava punto a genio la traslazione del corpo di San Carlo, proposta quando cominciava a infierire la peste. La credeva per varj motivi cosa assai pericolosa, e in cuor suo sospettava che certi stolidissimi uomini e le semplici femminuccie specialmente, use ad apprezzare dalle apparenze anche le cose divine, immaginassero più grande ciocchè dovevano vedere, e che per nulla concerne i meriti e la beatitudine dei santi. Vale a dire che anche i cadaveri di coloro i quali furono dopo la morte annoverati fra i santi, vadano sempre esenti dalla dissoluzione, come è sorte di tutti i mortali al cessar della vita.
Ma più temeva e prevedeva ciocchè avvenne infatti, che se v’erano in Milano untori ed unguenti venefici, la processione darebbe loro opportunità al delitto, e potrebbero, nella inevitabile affluenza di popolo, ungere comodamente e nascondere le empie e impure mani. Se poi untori non esistevano, sarebbe del pari inevitabile ciocchè ogni giorno succedeva tra i singoli anche senza concorso di gente.
Il popolo affollato per le contrade, i cittadini stretti gli uni cogli altri, le vesti femminili, il contatto dei corpi e dell’alito sarebbero un male certo, prescindendo anche dagli unti.
Laonde il Cardinale negava l’assenso, e cercò dissuadere la traslazione del corpo di San Carlo, perchè i cittadini non solo, ma tutti gli abitanti dei vicini villaggi, non si raccogliessero in una sola caterva. E quando annuì alle ripetute istanze, aggiungendo agli ordini del Consiglio Pubblico ed alla magnificenza della città la pompa e lo splendore ecclesiastico, ebbe ogni cura perchè la processione riuscisse decorosa in modo, che se non pareggiava la santità del Borromeo, attestasse almeno la divozione del clero e dei Milanesi.