Egli prescrisse ed emanò ordini, che trovansi riuniti in un libriccino, circa le fermate, le preci e le flebili cantilene, onde impetrare il soccorso e la misericordia divina. E siccome il desiderio del popolo ed una certa esultanza pubblica fra le sciagure, esigevano che il corpo di San Carlo non venisse rinchiuso subito dopo la processione, ma si lasciasse esposto perchè la folla dei divoti lo potesse contemplare e venerare, Federico accondiscese ai pii desiderj della città e di tutta la popolazione, siccome già dissi. Egli stabilì pure e pubblicò la norma disciplinare per la venerazione, affinchè tutti stessero innanzi al santissimo corpo con quella disposizione di animo, che avrebbe in essi voluto eccitare il santo Pastore alloraquando la celeste anima sua era unita al corpo.

FINE DEL LIBRO TERZO.

LIBRO QUARTO VENUTA E DIFFUSIONE DELLA PESTE IN LOMBARDIA. — ATTI DEL TRIBUNALE DI SANITÀ.

I

Narrai fin qui gli effetti tremendi dell’ira celeste e le cause che svilupparono la peste, più fatali ancora dello stesso morbo. Il respiro e l’alito reciproco, necessario alla vita, contaminati: la morte quasi generale de’ cittadini e il nome della popolosa Milano pressochè spento. Narrai altresì dei veleni, delle officine degli untori, e di coloro che, spinti dai demonj, li dispensavano, fosse veritiera codesta credenza, fosse un falso sospetto, perchè a tanti mali, quello pur s’aggiungesse d’un vago e misterioso terrore. In pari tempo enumerai i rimedj adoperati contro l’inevitabile morbo ed il celeste flagello, e i pii sforzi degli afflitti per implorare perdono e salute, sforzi che, lice credere, riuscirono accetti all’irato Iddio.

Rappresentai pur anche il meglio che ho potuto, anzi come comportava l’argomento, le cure e le azioni magnanime del gran cardinale arcivescovo Federico, e il coraggio de’ magistrati e de’ cittadini, che in tanta calamità gareggiarono colle opere e colle ricchezze del Pastore.

Tutte le quali cose io talvolta ho coordinate per ordine di tempo, tal’altra le esposi alla rinfusa pel trambusto di quell’epoca, per cui la mia narrazione riuscì quando seguitata, quando interrotta.

Ora mi torna più facile ripigliare più indietro il racconto, ed avendo innanzi la memoria i fatti accaduti raccoglierli quasi in un cumulo, narrando quale fu la procella di quel triennio, come per cause manifeste ed occulte s’andava formando la peste, e come cominciò a serpeggiare finchè irruppe furibonda menando stragi.

Dirò primamente ciocchè fece il Municipio, giusta quanto lasciò scritto ne’ suoi ricordi il Chiesa segretario del medesimo, uomo per integrità di vita e per ingegno stimabilissimo. Codeste effemeridi potranno giovare in avvenire additando i provvedimenti opportuni in caso di peste, giacchè vi si rinvengono decreti, lettere, consigli e risposte dei capi della città; leggesi le somme spese, il modo di trovare denaro in quelle angustie, i diversi ufficj che i Decurioni si assunsero, e molte altre cose importanti di quell’epoca luttuosa.

Il 4 ottobre del 1628 il Tribunale di Sanità scrisse a quello di Provvigione che la peste andava crescendo in Francia, nei Paesi Bassi ed in Germania, e già incominciava a serpeggiare a Berna ed a Lucerna, in Val Sesia e finanche a Poschiavo ed altri luoghi limitrofi alla Valtellina. Per conseguenza il presidente della Sanità, di concerto col Governatore, aveva deciso di non indugiare più oltre a chiudere con cancelli le porte della città ed a istituire i registri giusta le pratiche solite in caso di peste.