Ciò si fece il 18 ottobre, e la Sanità eccitò caldamente il Consiglio di Provvigione a dare tutti gli opportuni provvedimenti.
Fu risposto che le spese dovevano sostenersi dall’Erario Regio; ma che agitavasi tale questione tra il Governo ed il Municipio. Del resto, il Vicario ed i dodici della Provvigione si rivolsero al Consiglio dei LX Decurioni affinchè dessero, come avevano sempre fatto in addietro, le norme da seguirsi. Infatti decretarono che, senza detrimento dei pubblici diritti, o pregiudizio della già innoltrata supplica, fosse facoltativo al Vicario di spendere l’occorrente secondo le norme tenute nell’antecedente pestilenza.
Il 21 gennajo del 1629, a spese della città, i Decurioni fecero celebrare quattro mila messe in tutte le chiese per suffragio dei defunti, onde impetrare l’ajuto del cielo.
Il 5 di maggio il Vicario riferì in Consiglio, che d’ogni parte concorrevano in Milano gli affamati contadini diffondendovi la miseria e lo squallore; giacevano per le strade, e non pochi morivano ogni giorno sulle piazze. Poteva, diss’egli, scoppiare la peste da siffatto cumulo d’immondezze, quand’anche non venisse altrimenti recata, per cui suggeriva lo spediente degno della saggezza e carità dei Decurioni di purgar Milano di quella turba, assegnando qualche soccorso perchè non morisse di fame, tanto più che già traboccava il numero degli indigenti cittadini, senza che lo accrescessero i forensi.
I Decurioni, e per compassione di quegli infelici e pel pericolo, decretarono senza indugio che si levassero tre mila zecchini dall’erario per comperare alimenti ai poveri. Al tempo stesso, affinchè i contadini rimanessero nei loro campi, ingiunsero si distribuisse nei borghi e villaggi una data quantità di frumento dai pubblici granai, vendendolo al prezzo medesimo che la città l’aveva comperato.
Il 5 giugno s’aggiunsero alla predetta somma altri due mila zecchini per l’identico scopo, più un’altra somma, che fu raccolta nelle singole parrocchie di Milano con una colletta fatta di casa in casa.
Il 13 dicembre il Vicario riferì in Consiglio d’aver tenuto discorso con S. E. il Governatore sulla condizione attuale delle cose, e dopo lungo discutere conchiuse, che, atteso il timore di carestia e di peste, si dovesse raccogliere nei granaj segale, miglio, panico ed orzo, nella quantità che i prefetti all’annona rispondessero potersi comperare. Necessaria previdenza affinchè se le cose peggioravano non mancassero alimenti al popolo.
Il 12 dicembre, i prefetti, consultati sopra tale acquisto, risposero che si poteva comperare tre mila moggia di segale, mille ottocento di miglio, mille di orzo, e che il prezzo totale ascenderebbe dai quarantacinque ai cinquanta mila zecchini. Suggerirono poi d’aumentare il dazio sopra il miglio e la segale per raccogliere l’anzidetta somma: approvarono i Decurioni.
Il 15 dicembre il governatore ordinò si trovassero altri mezzi per far denaro, quindi fu proposto un nuovo accrescimento di dazio sul miglio e sull’olio, e si tenne discorso di stabilire un testatico ed un’imposta sulle porte.
Quel giorno medesimo furono lette in Consiglio nuove lettere del presidente di Sanità, e si trattò del modo di procacciare altro denaro per sovvenire alle pubbliche necessità, le quali moltiplicavansi simultaneamente. Innanzi tutto si risolse provvedere al Lazzaretto ed alla moltitudine dei poveri rinchiusi in quel recinto, e che senza ritardo si sborsasse quella parte di denaro, la quale, raccolta dai varj luoghi della provincia, dovevasi riunire in Milano, stantechè l’indugio altro non faceva che peggiorare lo stato delle cose. Si riferì poi come i due delegati, Tadino e G. Visconte, spediti per invigilare sulla pubblica salute a Como ed a Lecco, perdessero ivi inutilmente il loro tempo, scrivendo i medesimi essere infruttuosa la loro legazione ove non si attivassero gli spurghi e le quarantene di osservazione, provvedimenti ineseguibili senza grave dispendio. Tali cose furono riferite dal presidente in Consiglio.