Il quale domandava a tutti i Decurioni, che, stante le molte e ingenti spese da farsi, venisse autorizzato il Tribunale di Provvisione ad eseguire gli ordini che la Sanità credesse opportuno di emanare per la salute pubblica. Si portò l’affare a’ Conservatori del patrimonio, perchè, attenendosi alla vecchia consuetudine ed ai diritti delle città, da loro benissimo conosciuti, e traendone norma, soddisfacessero all’impegno.
Il 18 dicembre il regio governatore annuì che si levasse un tributo per testatico. Dietro la quale concessione s’incaricarono i Conservatori di riferire al Consiglio, dopo aver tra loro consultato, il modo più spedito per la riscossione. Vennero interrogati altresì i prefetti annonarj circa la compera del grano per la statuita somma.
Il 22 dicembre li autorizzarono a fare per tale effetto un prestito di quindici mila zecchini.
Entrante il gennajo del 1630, si decretò spedire a Casalmaggiore, afflitto da peste, tanto orzo ed olio, quanto potevasi comperare con mille zecchini.
Il 26 marzo, instando di nuovo il presidente della Sanità per aver denaro, che asseriva necessario per tener lontano il contagio, trattandosi di non piccola somma, si riferì la domanda ai sessanta Decurioni. Essi, quantunque l’anno precedente avessero data facoltà ai Conservatori di supplire ad ogni emergenza, pure, attesa la gravezza del dispendio, fecero un nuovo decreto, col quale confermavano gli anteriori, usando però le solite proteste che i diritti della città non avessero mai a soffrirne detrimento. Oltre codeste umane previdenze, si statuì d’implorare l’ajuto divino, decretando, come erasi fatto lo scorso anno, si celebrassero quattro mila messe in suffragio delle anime purganti. L’elemosina delle medesime fu di lire mille in totale; la metà venne mandata ai conventi più chiari per pietà religiosa, e in uno privi di sostanza.
Il 3 aprile, dietro istanza del presidente di Sanità, si erogarono quattrocento zecchini pei bisogni dei poveri. Aveva esposto il presidente come si vedessero per le strade e pei vicoli di Milano moribondi e cadaveri; infettarsi l’aria pel puzzo e per l’alito infetto; e l’animo de’ passaggeri allibir di spavento a tal vista. Il giorno stesso fu trattato di trasportare codesti infelici all’ospitale della Stella, ovvero altrove, e nutrirli: si risolse inoltre di fare uscir di città quanti di loro erano venuti a mendicare non dalle terre del milanese ducato, ma da altri Stati.
Il giorno 11 aprile il vicario riferì ai LX Decurioni che il gran cancelliere, anche a nome del governatore, avevagli significato la necessità di apprestare maggiori sussidj per distribuire legna ed elemosine vieppiù abbondanti. Perocchè i mercanti, usi a somministrare lavoro alla plebe che ne traeva denaro per vivere, ormai cominciavano a togliere quell’emolumento, e lo avrebbe sempre più ristretto a misura crescesse il timore della pestilenza. Laonde si correva pericolo che, cessando il mezzo di guadagnare, molti per ozio e miseria si abbandonassero ai delitti. Anche il presidente del Senato, a nome proprio e del corpo, ammoniva di riflettere a tale pericolo. Il vicario lesse da ultimo in Consiglio le lettere del presidente di Sanità, che si riferivano al medesimo argomento.
Gravissimo fu il dibattimento, perchè numerosa era la classe degli operaj, usa ai comodi ed anche alle delicatezze del vivere, talchè sarebbe pericoloso e fatale allo Stato ridurre la robusta e lasciva plebe dalle delizie e dal lusso alla fame ed alla disperazione.
Tali cose scriveva al vicario il presidente, chiudendo la lettera colle seguenti parole: «Ci sovrasta una calamità e ruina inevitabile, nè ormai si può dubitare che la peste non sia tra noi e mortale. Già sono periti alcuni monatti; jeri morì il chirurgo; oggi il portinajo del Lazzaretto ed il medico Appiano caddero malati[141]; anche il padre Felice sta male assai. E noi, in mezzo a tanti pericoli e minacce, ove non troviamo sussidj valevoli per alimentare e guarantire in sì grande calamità i poveri affidati alle nostre cure, non potremo durare nell’assunto ufficio, e converrà gettare le armi».
I Decurioni, scossi da queste parole, decretarono venissero eletti sei di loro, i quali, unendosi coi Conservatori del patrimonio, avessero il regime d’ogni affare, adoperando come meglio stimavano il pubblico denaro; coll’eccezione però che, occorrendo somma più ingente, dovessero riferirlo in Consiglio.