Il governatore scrisse ai Decurioni che approntassero con energia i soccorsi voluti dalle circostanze, non lasciandosi sorprendere dalle estremità, giacchè poteva accadere che, rinchiusi e assediati, per così dire, entro Milano, non potessero più fornire alimenti alla popolazione di sì grande metropoli, e i cittadini perissero consunti dalla carestia e dalla peste.

Il Consiglio ed il Tribunale di Provvisione erano bastantemente affaccendati ed inquieti senza tali avvisi ed esortazioni, nè poterono far altro di più che riconfermare le già date facoltà.

Il 1.º giugno autorizzarono i delegati non solo a far prestiti, ma ad oppignorare ed alienare qualsiasi rendita spettante per diritto alla città. Così anche, dietro le preghiere del governatore, del Senato, del gran cancelliere, annuirono di adoperare la parte del denaro toccato alla città e raccolto per fare gli spurghi in tutto il Ducato, nella compera di maggior copia di grano e d’olio qualora fosse duopo.

Infrattanto, venuto il giorno di dar principio allo spurgo di tutta quanta la città, d’impedire il mutuo contatto degli abitanti rinchiudendoli nelle rispettive case, bisognava istituire una prova di quaranta giorni per scevrare gli infetti dai sani. Per la qual cosa il presidente del Senato instava perchè si eleggessero due nobili per ogni quartiere, i quali, unitamente ai Senatori a ciò deputati, sorvegliassero a quanto occorreva. Di più doversi nominare nelle singole porte di Milano altri che regolassero, con ampj poteri, e i lazzaretti e le capanne degli appestati.

I Decurioni, non trascurando alcun sussidio umano, o divino, accrebbero il numero dei loro delegati, affinchè potessero più facilmente riunirsi per provvedere alle urgenze. Decretarono altresì che qualunque ordine emanato da quattro di loro, riuniti legalmente, si avesse come ratificato dall’intero corpo. Avevano inoltre deciso che si facessero i digiuni delle rogazioni giusta il rito romano; ma si tralasciò, non avendo i parrochi approvato come gli altri questo pio voto.

Oltre i registri ed i cancelli già attivati alle porte per sicurezza pubblica, i posti militari, e due nobili che invigilavano essi pure a ciascuna porta, si prese la seguente misura. Vennero mandati architetti a far il giro dei bastioni, esaminando se mai a caso le mura più basse o qualche rottura offrissero una salita clandestina a coloro che volevano penetrare in Milano di soppiatto deludendo la vigilanza delle guardie. Tutti i luoghi di facile adito, notati dagli architetti, furono ristaurati e senza indugio muniti.

Intanto il Tribunale di Sanità inviava di continuo lettere, ora esponendo quanto aveva fatto il presidente di essa col collegio medico, ora invocando nuove provvidenze dal Tribunale di Provvisione. Quelle lettere riferivano, tra le altre cose, che la Sanità opinava più facili le custodie qualora si chiudessero le porte Nuova e Vigentina; ed averne dato l’ordine. Inoltre che, soggettando la disciplina del Lazzaretto a buone norme, le avevano raccolte in un volumetto, mandandolo ai due Conservatori del patrimonio Girolamo Legnano, e Antonio Roma, perchè invigilassero che l’amministrazione del Lazzaretto si eseguisse con tali norme. Conchiudevasi essere necessario per quiete e salvezza della città ora afflitta di peste, ma che risanerebbe, il fare l’anagrafi delle singole parrocchie.

I Decurioni si occuparono perchè si eseguisse tosto, e con esattezza, affidandone la cura ad alcuni di loro, e ad altre idonee persone scelte tra i nobili. Fu scritto ai medesimi del tenore seguente: che essendo i poveri sempre stati raccomandati da Cristo Salvatore, sarebbe a lui grata ogni fatica assunta a vantaggio dei medesimi. Laonde s’accingessero all’anagrafi, ciascuno dal canto suo, con ordine e diligenza, ma senz’indugio, affinchè la città, conosciuta la condizione ed i bisogni dei singoli, potesse provvedervi. Ingiungevasi ai delegati di riunirsi, e prendere tra loro gli opportuni concerti.

I delegati, insieme col parroco e coll’anziano, dovevano visitare ciascuna casa della rispettiva parrocchia, e chiamati a sè dinanzi gli inquilini, interrogarli con benignità, notando nel registro maschi e femmine. Dovevano assumere informazioni sull’età, la condizione, il genere di vita di ciascheduno, e quali mezzi avessero per vivere, quali mestieri esercitassero, e ogni altra notizia che credessero necessario d’indagare. Insorgendo poi difficoltà, o nascendo alcun che d’imprevisto, fu ingiunto ai delegati d’informarne i nobili proposti alla loro porta, ai quali dovevano consegnare i registri tosto che li avessero compiuti.

Una copia di queste istruzioni venne distribuita a ciascuno dei delegati, che assunsero l’incarico ingiunto dal Consiglio Pubblico.