Eseguita che fu con tali norme l’anagrafi, si scrisse di nuovo ai delegati, pregandoli che ogni qual volta scoprissero tra i segregati nelle case, trovarsi alcun miserabile privo degli alimenti necessarj alla vita, esaminato prima il registro in cui erano iscritti i nomi e le sostanze d’ogni individuo, mandassero ai prestini fissati per avere, secondo il caso, il pane occorrente, il quale dovevasi poscia distribuire di porta in porta da uomini probi, scelti dai medesimi delegati. Le suppellettili domestiche: come tavole, mense, biancheria, coperte, lenzuoli e simili, sporche per contatto di appestati, od anche sospette, fu ordinato si abbruciassero, sborsandone la città il prezzo al proprietario secondo la stima[142] che ne farebbero persone di ciò incaricate. Furono pure nominati altri per fare indagini sui pezzenti forestieri, perchè, riuniti in due diversi locali ed esaminati, venissero espulsi, com’era giusto, liberando la città dell’aggravio di quella moltitudine ad essa straniera. Il Tribunale di Sanità aveva destinato il borgo della Trinità per segregare in luogo appartato i molti cittadini che si trovavano malati o sospetti di peste. Ma ciò non piacendo al Consiglio, i Decurioni risposero al presidente della Sanità, che pareva sufficiente costruire capanne ne’ campi, e deporvi gli appestati, anzichè sporcare quel borgo ancora netto di peste. Intorno il qual provvedimento non solo discutevano i due Ufficj, ma gli stessi membri della Sanità, e i Decurioni tra loro ondeggiavano incerti qual fosse il miglior partito.
Gli opinanti pel borgo della Trinità, dicevano che ivi, e ne’ vicini sobborghi, eravi copia di acque limpide e salubri, opportunissime ai lavacri tanto necessarii in un Lazzaretto per lo spurgo, e lì più vicino una gran fossa dove furono sepolti i morti dell’antecedente contagio. I sostenitori dei tugurj invece adducevano essere il borgo della Trinità, come notai, immune tuttavia di peste, laonde si verrebbe a danneggiare in uno colle vicine strade, e quanti lo frequentavano qual luogo per buona ventura ancora sano. Di più aggiungevasi, che le case e gli orti in esso borgo numerosi, non che i prossimi ubertosi vigneti, renderebbero costosissimo il piantarvi un lazzaretto.
Quanto al costruire le capanne, titubavano pel nome e la fama della città nostra, che in tanta misera condizione ridotta, doveva pure alla meglio favorire il minuto traffico. Perocchè l’ammucchiare il popolo in tugurj era l’estrema prova di abbiezione e del contagio dominante. E si nutriva timore che le suddite città, e le finitime, prese da spavento per tale misura, perduta ogni riverenza alla metropoli, proibissero il commerciare colla medesima. Noi allora, ridotti a forzato esiglio, soffriremmo danno gravissimo per l’incarimento dei commestibili.
Neppure eravi paglia bastante per innalzare il numero delle capanne necessario a tanta moltitudine, e quella che avevasi in pronto era sporca ed umida: aggiungasi che l’infocato sole riscalderebbe quei tugurj con gran tormento degli infelici malati, e pericolo di nuove epidemie. Che ove poi si volessero costruire di legno, saría lavoro troppo lungo, spesa di sovverchio gravosa, e indispensabile crescere il numero dei guardiani e degli inservienti.
Cresceva ogni giorno il numero degli appestati, ed il Lazzaretto di San Gregorio, per quanto ampio, più non poteva riceverne; quindi fu scelto il villaggio di Vigentino, e se ne formò un’isola. Persone a ciò delegate fecero gli opportuni accordi coi contadini perchè di là sgombrassero; altri ebbero l’incarico di comperare lenzuola, legna, sacconi e mille vestiti.
Mentre tali cose, e le enormi spese per alimentare il popolo agitavano gli animi dei Decurioni, e urgeva il bisogno di raccogliere denaro, i medesimi rinnovarono il già fatto tentativo di cercar soccorsi dal re, che stimavano non solo consentanei alla maestà d’un tanto monarca ed alla sua clemenza verso i fedeli sudditi, ma che loro altresì per diritto competeva.
Fu inviata una nuova ambasceria al governatore Spinola, che stava in quel tempo all’assedio di Casale, per chiedere soccorso a nome della città, esponendo le comuni miserie, e da ultimo i diritti di essa. I due legati furono Giovanni Battista Visconti, figlio di Coriolano, ed il cavaliere Carlo, coll’incarico del pubblico Consiglio d’esporre al governatore quanto segue.
Il contagio che aveva invaso Milano, non decrescere di violenza, ma aumentare giornalmente, farsi più terribile, ed essere ormai giunto agli estremi. Non dubitare la città ch’egli non concorra al peso delle altre spese ed all’intollerabile distribuzione di denaro per dar viveri a quasi tutta la plebe, ove non voglia abbandonar preda alla fame ed alla peste tanti innocenti bambini e fanciulletti. Era persuasa d’altronde che tale dispendio spettava alla munificenza del re, per esservi esempj come gli antichi Duchi di Milano in tempo di peste sottostarono sempre a tali spese, alleviando in siffatta guisa la città, oppressa dal contagio; e l’imperatore Carlo V, con suo decreto, aver sancito doversi così fare.
Dovevano aggiungere i due legati che ciò era consentaneo all’autorità delle leggi, che sempre inclinarono a sollevare la città ed il popolo afflitto, addossando simili dispendj alla potenza e ricchezza dei principi. Nonpertanto i Decurioni eransi sforzati di far sopportare un tal carico a Milano per conservare il popolo fedele al suo re; ora però trovavansi ridotti agli estremi, ed era disperato consiglio il forzarli a sostenere più oltre il gravosissimo carico. Non solo si trovava vuoto l’erario civico, ma era oppignorato pel futuro in conseguenza dei prestiti. Il levare imposizioni per testa, o per famiglie sarebbe ormai cosa ineseguibile, perocchè coloro che avrebbero dovuto pagarle erano divenuti miserabili anch’essi. I nobili poi in specie, rese incolte e deserte le campagne per gli alloggi delle soldatesche, e quindi impoveriti, più non avevano denaro da porre in comune.
Laonde eransi decisi a supplicare il governatore, e, per suo mezzo, il monarca, affinchè trovasse qualche sussidio per la fedele Milano. Chiedevano poi nominativamente che venisse condonato ciò che doveva al regio fisco, finchè si riavesse alquanto dai sofferti mali. Il qual sollievo fu conceduto alla città anche l’anno 1576, quando nè la peste era sì fiera, nè le angustie sì grandi come al presente.