Il Marchese d’Ayamonte, in allora governatore, scrisse al re, esponendo la condizione di Milano, ed ottenne l’implorato condono. Il che ora impetravasi dal governatore nella speranza che con eguale benignità lo accorderebbe.
Lo Spinola accolse umanissimamente i legati, e diede loro per la città, ossia pei sessanta Decurioni, capi della medesima, una lettera del tenore seguente. Ch’egli era assaissimo afflitto per i mali e le stragi di Milano, narrategli da Giovanni Battista e Carlo Visconti, uomini pari di nobiltà e prudenza; accrescersi il suo rammarico, chè, impedito dalla guerra, non poteva pel momento accorrere per sollevare con ogni suo mezzo la benemerita Milano da tante sciagure, come avrebbe fatto se colà si fosse trovato. Nondimeno grandemente confidava, e teneva per certo che i nobilissimi Decurioni, posti in sì eminente carica, non mancherebbero all’ufficio loro, dando anche agli altri l’esempio di quella carità, che mostrare ed esercitare dovevasi a vantaggio della patria.
Questo, continuava lo Spinola, era il tempo di profondere a piene mani, e di buon animo, quanto in altre circostanze è giusto e ragionevole distribuire con misura. E quantunque sia difficile impiegare tutto il denaro e la cura in un solo oggetto, laddove altri bisogni esigono cure e spese, nondimeno considerassero i Decurioni come l’urgenza di alimentare i poveri e sostentare la plebe, debba andar innanzi ad ogni altra cosa, affinchè la miseria e la disperazione privata non produca la ruina generale. Dal canto suo non mancherebbe di fare tutto ciò che stimasse giovevole a rimovere un tal pericolo. Qualunque cosa il Tribunale di Provvisione o la Sanità giudicassero opportuna all’uopo, egli la sosterrebbe, perchè avessero prova non mancare in lui l’affetto e il buon volere per la metropoli. Circa quanto chiedevano i legati, rifletterebbe come si potesse eseguire.
Codesti erano soccorsi lenti e troppo lontani, e più ufficiosità di parole che altro. Infrattanto, siccome i provvedimenti non ammettevano indugio, vieppiù infervoratisi gli animi per la difficoltà d’operare, fu discusso in Consiglio con qual modo e con che somme provvedere alle pubbliche necessità, che per l’innanzi partitamente ed ora tutte in un colpo erano a dismisura cresciute in uno col crescere della peste. Il Tribunale di Sanità instava perchè gli si dessero quaranta mila zecchini, con la qual somma provvedere a quanto urgeva.
Si destinarono inoltre altri sei mila zecchini per indennizzare i proprietarj cui abbruciavansi le domestiche suppellettili[143], affinchè nulla rimanesse d’infetto e contaminato.
Il 16 aprile, adunatisi i Decurioni, diedero facoltà ad alcuni di loro che si rendessero mallevadori, stando garanti a nome della città con quelli che si erano profferti di dare a prestanza alla città medesima venticinque mila zecchini, somma che il presidente della Sanità aveva esposto occorrere per espurgare nell’intero il Ducato, i corpi, i luoghi, gli utensili, le case, dappertutto ove fossevi il menomo sospetto di peste.
Si trattò di spedire nuovi legati al governatore Spinola che in quei giorni assediava Casale, deplorando le miserie della città ed i suoi bisogni, e supplicando, come già sopra accennai, per essere esonerati dai tributi secondo che usavano condonarli altri governatori in circostanze simili. Lasciossi la scelta dei legati a coloro cui era affidato l’arbitrio di maneggiare il pubblico denaro per le spese tutte della pestilenza.
Si trattò pure nella stessa seduta dei voti religiosi da farsi, perchè riuscito vano quanto l’umana previdenza suggeriva, s’invocasse dal cielo quell’efficacissimo ajuto che nell’antecedente secolo sotto S. Carlo erasi ottenuto, alloraquando ormai più non si sperava salute.
Trascelsero alcuni Decurioni che consultassero e riferissero quali voti e quali pratiche religiose conveniva fare. Dietro la loro risposta si emanò il decreto seguente.
Per tre anni consecutivi, il popolo milanese santificherebbe come festivo il giorno della Visitazione della Beata Vergine, per legge inviolabile, osservando la vigilia di esso giorno. Scorso il triennio, lasciavasi tale osservanza libera alla pietà di ciascuno, svincolando il popolo dal voto.