In tal giorno ciascun anno in perpetuo nel tempio della Madonna presso San Celso si porterebbero donativi dal Tribunale di Provvisione, precedendo gli artefici colle insegne della loro arte, giusta l’usanza. Vi si celebrerebbe una messa solenne a spese della Provvisione, assistendovi tutti. Il primo anno di questo voto, verrebbero invitati ad intervenirvi i Decurioni, portando ciascuno una torcia da sè comperata in offerta alla Vergine liberatrice.
Al fonte di San Barnaba, il Tribunale mandasse donativi del valore di mille zecchini, recandoli con pubblica processione, e facendone regolare consegna al prefetto della chiesa.
Si stabilì che i LX Decurioni supplicassero l’eminentissimo Borromeo arcivescovo di Milano, perchè annuisse ai trasporto con divota processione e con solenne impetrazione del corpo di S. Carlo per la città. Acconsentendo il Borromeo, dovevasi disporre le cose con magnifica pompa adatta alle reliquie d’un sì gran santo. Memore la città dello zelo e della carità di esso pastore, allorquando, sotto il suo pontificato, Milano fu spopolato dal contagio, e sperando che ora le fosse intercessore in cielo appo Dio, fece voto che il giorno della sua morte sarebbe festivo in perpetuo pei cittadini milanesi, astenendosi i medesimi da ogni lavoro.
Questo voto fatto dai Decurioni infondeva negli animi tanta maggiore speranza e coraggio, quanto più le crescenti strettezze e i futuri pericoli, aggravando il male presente, rendevano restii coloro che avendo promesso di prestar denaro alla città, ora, mutati d’avviso, assolutamente vi si rifiutavano.
Intanto il Tribunale di Sanità chiedeva al Municipio ingenti somme pei due nuovi lazzaretti, resi indispensabili dal crescente morbo, di cui non prevedevasi il fine. Era d’uopo costruirli e fornire le necessarie suppellettili per raccogliere e mantenere migliaja di cittadini indigenti, côlti da peste o sospetti, oltre la turba che già ingombrava tutto il Lazzaretto massimo. A queste istanze della Sanità univansi domande e ammonizioni del gran cancelliere, e del governatore che, servendosi dell’autorità regia, instava perchè si facesse in tempo compera di olio, frumento, orzo, sale e medicine pei quaranta giorni, in cui la città doveva nutrire tante migliaja di persone rinchiuse nelle loro case.
Il 23 giugno si fecero varj decreti, che lungo sarebbe l’annoverare; e fra questi la compera di quattrocento letticciuoli almeno, e degli utensili pei due summentovati lazzaretti, de’ quali si affidò la cura ai decurioni Antonio Rainoldo e G. Pietro Negroli.
Il 2 luglio, crescendo in uno colla peste l’opinione invalsa negli animi degli unti, e scopertesi macchie e traccie di venefici unguenti, il vicario propose in Consiglio di stabilire un premio per chi desse indizj del delitto. Si decretò che ai duecento zecchini e l’impunità di due banditi, da concedersi ad arbitrio del giudice, come già aveva promesso con una grida il governatore, s’aggiungessero a nome della città altri cinquecento zecchini.
Riferì inoltre il vicario avergli il presidente della Sanità significato che non si trovavano medici che volessero entrare nel Lazzaretto per visitare e curare gli appestati. Il collegio medico, invitato per lettere dal Tribunale di Sanità, perchè ne destinasse alcuni a tale ufficio, procrastinava, laonde aggiungeva essere urgente lo scrivere a nome della città al collegio suddetto, affinchè soccorresse la patria coll’arte sua, nè disonorasse col negare sussidj, la medicina, che già onorevole per sè, acquisterebbe in tal circostanza nuova gloria.
Scritte le lettere dai Decurioni con preghiere ed istanze, siccome comportava la gravità del caso, il collegio medico rispose: Darebbe due de’ suoi che stessero fuori del Lazzaretto vicino la fossa per medicare alla meglio gli appestati; ma che tutti ricusavano di entrare in quel recinto, esponendosi ad una morte quasi certa. Si decise che i due medici dimorassero a pubbliche spese in un luogo non lungi dal Lazzaretto, e che i guardiani li guidassero alle case, a’ tugurj ed ai letticciuoli dei malati. Fu cresciuto lo stipendio a chiunque spontaneo si assumesse il pericoloso incarico[144]. Nè il Municipio cercò medici soltanto in Milano, ma indirizzandosi ai negozianti nostri, che trovavansi in Germania ed in Francia, procurò di far venire ed assoldare uomini distinti nell’arte salutare.
L’eminentissimo Borromeo, degno, per le sue esimie virtù, del titolo di cardinale, ed arcivescovo pieno di fervorosa carità pel suo gregge, aveva acconsentito alla traslazione del corpo di S. Carlo colla maggiore pompa possibile, mostrando in pubblico le reliquie di lui, che altrevolte avrebbe potuto colla sua presenza impetrare il termine di quel flagello, e che ora godeva tra i celesti il premio de’ suoi meriti e delle episcopali fatiche. Ottenuto il permesso dall’arcivescovo, i Decurioni si diedero ogni cura affinchè nulla mancasse alla solenne traslazione.