Prima elessero due dei loro, il marchese Giovanni Maria Visconti e Baldassare Barzi, che si combinassero con Alessandro Magenta, arciprete della metropolitana, circa gli ornamenti dell’arca ed il serico baldacchino, sotto il quale dovevasi trasportare il corpo per le strade e le piazze della città.
Il Borromeo ed i suoi ministri nulla omisero dal canto loro di ciò che serviva al decoro, e ad eccitare nel popolo la divozione. Le autorità ecclesiastiche, gareggiando colle civili, si apparecchiarono magnifici arredi per ornare le ossa del Pastore, che non ebbe mai l’eguale in codesta metropoli per fama. Eravi ancora qualcuno che lo aveva veduto vivente.
Federico inviò lettere pastorali, e le fece affiggere dappertutto, affinchè il popolo sapesse che si apriva il sepolcro di S. Carlo, traendone in luce le reliquie. V’aggiunse una esortazione gravissima a tutti, ed a ciascuno che, ricorrendosi quasi ad ultima speranza in tanta calamità della patria, e disperando omai di salvezza, alla traslazione del corpo di S. Carlo, che Milano venerava suo protettore in cielo, si disponessero a tergere le proprie colpe coi digiuni e i santi Sacramenti; espiazione che sapevano essere stata sempre raccomandata dal santo Protettore.
Frattanto i bisogni e le pubbliche cure non davano tregua, nè i soccorsi umani o divini valevano ad infrenare la pestilenza ribelle a qualunque rimedio. Scrissero i Decurioni al Senato, implorando a nome della città sussidj dall’erario regio, e l’autorizzazione d’imporre le tasse che si credevano opportune. E cercavano prima di tutto che fosse salvo alla città il diritto di ripetere dal regio fisco il denaro speso. Rispose il Senato che la domanda era giusta.
Il 14 giugno la città presentò una supplica al cardinale arcivescovo sui voti pubblicamente fatti; esponevasi come per implorare il divino ajuto contro la peste, che già aveva menata sì gran strage in Milano, i LX Decurioni avessero determinato che il popolo milanese celebrasse come festivo il giorno della Visitazione di Maria e quello della morte di S. Carlo; il primo soltanto per un triennio, lasciando in seguito l’osservanza libera alla pietà di ciascuno, il secondo in perpetuo. Eransi intorno a questo voto consultato il popolo nelle varie regioni della città, e fu sanzionato con generale consenso. Chiedevano quindi i Decurioni al Borromeo che lo sancisse coll’autorità sua qual capo della Chiesa milanese, ingiungendo ai parrochi di promulgare solennemente il voto pubblico, siccome è d’uso.
Il governatore Spinola, dal campo sotto Casale, scrisse che aumentando ogni giorno, a cagione della peste, gli affari pei quali era duopo ricorrere a lui, assente ed occupato nella guerra, delegava il gran cancelliere Antonio Ferrer a far le proprie veci, dandogli tutti i suoi poteri, affinchè potesse con sollecitudine provvedere alle richieste dei Decurioni.
I quali, oltre i mezzi già tentati per raggranellare danaro, urgendo nuovi bisogni, suggerirono al gran cancelliere ed al Senato anche i seguenti. Di eccitare i cittadini più agiati, e se non bastavano le esortazioni costringerli con decreto a dare quanto denaro, grano e vino potevano per ajutare il Municipio in tante angustie a mantenere i poveri. Verrebbe loro dato credito sui pubblici redditi delle somme prestate alla città.
Instavano i Decurioni perchè il governatore ed il Senato comandassero che ciascuno notificasse quanto denaro, vino, grano aveva in casa, per poter indi stabilire un’adequata imposta per ogni casa. Inoltre si convocasse il collegio medico, quello de’ causidici, i mercanti specialmente ed i banchieri, trattando con loro per aver in prestito denaro; onde concorrendo essi pure a mantenere i miserabili, avessero la loro parte in sì gloriosa e caritatevole opera.
Proposero altresì i Decurioni che si scrivesse a nome della città ai cardinali e ad altri ecclesiastici, i quali avevano tanti beneficj nella milanese provincia; pregando che, secondo l’opulenza loro, soccorressero i coltivatori di quei terreni donde avevano tratte le rendite, e che frutterebbero anche per l’avvenire se non li lasciavano inselvatichire, come accadrebbe per la morte dei contadini mancanti di pane. Eguali istanze doversi fare ai monasteri e luoghi pii, scrivendo che sarebbe usurpato un tal nome presso la posterità, qualora non largheggiassero in elemosine cogli indigenti.
Per ultimo si supplicasse l’eminentissimo Borromeo perchè alla sua carità e munificenza, superiore ad ogni encomio, aggiungesse un altro pietoso ufficio di esortare i suoi chierici, e molti dei quali erano ricchi, a distribuire in carità, tanta in città che fuori, le cose a loro superflue.