Il Senato decretò si mandassero ad effetto questi divisamenti dei Decurioni, e scrisse al Consiglio pubblico in nome del re, giusta la consuetudine, approvando tali misure come prudenti, e dichiarandosi pronto a farle eseguire coll’autorità sua.

Intanto non aveva fine il carteggio intorno a ciò, ora del Consiglio pubblico e dei LX Decurioni col Senato, ora d’entrambe queste magistrature col governatore. Più volte spedironsi legati allo Spagnuolo nel campo; più volte egli inviò a Milano ordini e promesse circa i provvedimenti chiesti dai legati e circa i sussidj per le pubbliche calamità. Le stragi di codesta pestilenza eguagliarono quasi quelle d’una guerra, e grandi e molteplici furono le provvidenze e le difficoltà che insorsero. Se non che io tralascierò di qui riportare gli atti delle legazioni e le citazioni delle lettere, e per non dilungarmi di sovverchio, e perchè ho già esposta la sostanza di queste cose.

Del resto, mentre tutta la città in costernazione affliggevasi per lo spettacolo della propria ruina, e la ricerca dei rimedj opprimeva gli animi e il morbo i corpi, rifulse d’improvviso una speranza di salute. Sia che a domare il contagio avessero in qualche modo giovato le umane previdenze, sia che la divina misericordia, volendo soltanto ammonire non distruggere il popolo, avesse già abbastanza atterrita e purgata la città, la peste incominciò a scemare. Di giorno in giorno andava sempre più sminuendo, e le persone, incaricate di tener registro de’ morti, riferivano che giornalmente non arrivavano alla metà di prima.

Laonde molte provvidenze immaginate e decretate tornavano ormai superflue, a segno che il presidente della Sanità Arconati scrisse ai Decurioni, che uscendo egli di carica, lasciava la città libera dalla peste, al che avevano giovato le cure e la munificenza del Consiglio. Da ultimo, siccome a molti era dovuta una ricompensa pei fedeli e operosi loro servigj, l’Arconati cercò una somma per rimunerarli, giusta le promesse sue e del Consiglio.

Gli vennero consegnati subito mille zecchini, dando speranza di maggior somma, e lodandolo per avere con rettitudine e previdenza adempiuto al suo incarico durante il contagio.

Il Consiglio, volonteroso di mostrare la propria riconoscenza a Dio misericordioso per sì grande beneficio, discusse quali offerte sarebbero più accette al Signore, e che mai fosse più consentaneo alla divozione del popolo. Avevano di già i Decurioni proposto, fra le altre cose, d’incominciare un digiuno solenne di quaranta giorni, secondo il rito romano, offerendo in certo modo questa salutare espiazione invece di ricchi donativi. Ma al popolo non andò a genio la proposta, e raccolti i voti, furono unanimi che non si alterasse l’antica consuetudine della Chiesa ambrosiana, d’incominciare la quaresima la domenica dopo le ceneri. Laonde si decise di fare altri voti, i quali non urtassero le abitudini del popolo, nè variassero le vecchie istituzioni.

Decretarono una lampada d’argento, del peso di seicento once, da appendersi nella chiesa delle Grazie, colla manutenzione dell’olio in perpetuo[145]. Mandarono un paramento dell’eguale valore in dono al tempio della Madonna presso San Celso; e volendo altresì erogare la stessa somma pel tempio di Sant’Ambrogio, protettore di Milano, il Cardinale decise non potersi meglio impiegare che cingendo di cancelli l’altar maggiore di essa Basilica, il che fu eseguito. Destinossi pure una somma, ed altra in seguito, per finire ed adornare la chiesa di San Sebastiano. Seicento zecchini vennero distribuiti ai monasteri ed ai pii istituti, secondo i bisogni dei medesimi e la fama di santità che godevano.

Finalmente si diede incarico ai conservatori di esaminare che altro far convenisse con offerte e sacre cerimonie, per rendere grazie all’onnipotente dell’insigne beneficio di aver salvato Milano, ormai ridotta all’ultima ruina.

La malignità, il livore, l’invidia, che furono sempre e sono tuttora i più mortiferi veleni dei popoli e dei governi, non ristettero, anche nei luttuosi giorni del contagio, di denigrare i nostri magistrati come se non avessero fatte le cose con quella diligenza e splendidezza che conveniva. Io lascio indecisa tale quistione, limitandomi a notare la somma totale delle spese per la peste, come risulta dai registri pubblici. La quale ascese a 267,000 zecchini, calcolati questi a lire sei.

Chiunque poi conosce le cose fatte duranti gli anni della pestilenza, tanto più se rifletta al denaro che costarono, non potrà dubitare di frodi e ruberie circa l’ingente somma che fu spesa. Il Lazzaretto massimo, gli altri succursali, i campi che si dovettero occupare per stabilirvi capanne, sto per dire, innumerevoli, le suppellettili, le case prese a pigione nella città, medici, medicinali, cibi per gli appestati ed i poveri; tante migliaja di persone per dieci mesi, come se fossero riunite in una sola casa provvedute di ogni occorrente.