Aggiungerò, a maggior schiarimento, e perchè i cittadini milanesi conoscano nelle età venture i miserandi sepolcri degli avi loro, che il lazzaretto di San Barnaba, quasi eguale per forma e grandezza a quel di San Gregorio, venne stabilito a Porta Ticinese. Occupava il medesimo dieci jugeri[146] di terreno, ed aveva nel mezzo una chiesa innalzata in fretta. Eranvi quattro condotti che, derivando l’acqua dalle fontane, formavano quattro lavacri per lo spurgo; eranvi tettoje per le guardie, affinchè impedissero a chiunque l’uscita, altre pei religiosi, proposti alla cura delle anime, altre infine segregate per coloro che, guariti, dovevano subire una quarantena prima d’uscire liberi. I suddetti luoghi fuori del recinto: nell’interno di esso poi si contavano 217 camere, e v’ebbero ricovero quattro mila appestati.
Un secondo lazzaretto, presso a poco egualmente ordinato, si stava apprestando in Porta Comasina, vicino alla chiesa della Trinità, ma non si riuscì ad ultimarlo in tempo da servirsene. Così pure alcuni altri lazzaretti, che si preparavano con grave dispendio, rimasero inservibili, per la violenza del morbo che irruppe repentino. Furono però di sussidio certi vicoli, i quali, fatti sgombrare sul momento gli abitanti, vennero isolati e muniti di guardie come altrettanti lazzaretti. Se ne contarono quattro; uno in Porta Orientale, rimpetto la Croce di San Rocco, in Porta Vigentina il secondo, in Porta Ticinese il terzo, l’ultimo in Porta Comasina. Racchiudevano i medesimi molte case, ed estendevansi fino alle mura della città.
Furono di grande uso ed opportunissimi per rinchiudervi quei fortunati, che schivata la morte ne’ primi quaranta giorni, rimanevano altri quaranta in essi vicoli per togliere ogni dubbio che s’ammalassero di peste, finchè bene spurgati e sani venivano rilasciati. Quanti uscirono vivi dai lazzaretti, rivestiti dei nuovi abiti per cura dei caritatevoli e pii magistrati, vennero in ordinata schiera condotti a questi più sicuri asili.
Una volta trovaronsi chiusi in quarantena fin sedici mila persone tra malati e guariti; la prima schiera che uscì dal lazzaretto di San Gregorio per entrare in quarantena, fu di quindici mila.
Dovere di storico mi vieta tacere delle capanne, dei sepolcri, de’ funerali e cadaveri: lugubre argomento! Le capanne degli appestati furono 645 a Porta Nuova, 715 la Porta Vercellina, non più di 300 a Porta Romana. Ognuna costò due zecchini oltre il compenso ai possessori dell’occupato terreno, ai quali si resero altresì pubbliche grazie per averli prestati al Municipio.
Le immani fosse pe’ cadaveri si scavarono in altri campi, e furono ventiquattro oltre le più piccole, che pel gran numero de’ morti si aprivano ogni giorno presso ciascuna porta della città.
Non si potè calcolare con esattezza il numero dei morti, perchè, durante il furore del contagio, perirono anche gli uffiziali di Sanità, incaricati di tenerne registro. Invano vennero sostituiti altri ed altri, chè tutti con violenza rapiva la peste, laonde, stringendo i bisogni e le cure, si abbandonò come men rilevante e quasi impossibile quella degli elenchi mortuari. Nondimeno, giusta la comune congettura, si calcolò morissero 140,000 persone. La qual cifra ritrovai ne’ pubblici atti, dai quali ho desunte tutte le narrate vicende. Però altre congetture e indizj dolorosi accrescono un tal numero, coll’aggiungere i morti che vennero dai congiunti stessi clandestinamente sepolti negli orti e nelle cantine[147].
La quale irriverenza pe’ corpi de’ defunti proveniva dal timore dei becchini, genía non meno formidabile dello stesso contagio, giacchè, appena posto il piede in una casa, la mandavano a soqquadro, rubando e dilapidando ogni cosa.
Che se ambigua è tale congettura, e incerto il numero dei morti di questo contagio, non avvi però dubbio alcuno che se durava più a lungo il morbo, non avrebbero giovato le provvidenze del Consiglio e gli avanzi dell’antica ricchezza per salvare i pochi superstiti cittadini. Su tale misera condizione, i Decurioni, scrivendo allo Spinola, si espressero colle seguenti parole:
«Milano, città devota e fedelissima alla Maestà Cattolica, fra tutte che i confini del vasto suo impero racchiudono, era anche, prima della peste, esausta di denaro ed oppressa dai debiti per le angustie de’ tempi. Ora poi esaurì tutte le sostanze del banco di Sant’Ambrogio; tentò ogni sorta di prestiti e di mutui per servire a Dio, al re ed alla patria, alimentando come fece il popolo; e sostenne spese, che lo stesso invittissimo imperatore Carlo V dichiarò spettare al regio fisco».