Io temerei di recar noia ai lettori se venissi esponendo ad una ad una tutte le provvidenze dei magistrati per salvare dall’eccidio la patria; ma d’altronde ho per sacro dovere di nulla ommettere di quanto fecero que’ sapientissimi uomini in codesta luttuosa epoca. Imperocchè i decreti che promulgarono per le singole emergenze, andranno forse dispersi o consunti negli anni avvenire, come accader suole di fogli staccati e leggieri. E invece queste mie storiche carte, quand’anche non durassero eterne, avranno il vantaggio di poter essere nuovamente riprodotte.
Però non è mia intenzione citare testualmente i decreti, ma soltanto il sunto de’ medesimi, che furono i seguenti.
Ordinarono di fortificare e custodire i villaggi e i borghi tutti del contado milanese, affinchè gli abitanti non ne uscissero e fosse tolta ogni comunicazione fra loro. Ingiunsero poi specialmente di tener d’occhio le terre e i castelli soggetti ad estera giurisdizione, perchè i forastieri non s’introducessero in Milano.
Ordinarono che ogni giorno si notificasse al Tribunale di Sanità l’elenco dei malati e le case contaminate di peste, ovvero sospette.
Ai medici, chirurgi, ed a quanto occorreva per gli appestati, si provvide col pubblico denaro.
Fu proibito tener bachi da seta a motivo del lezzo de’ loro escrementi[148]; tolto ogni traffico d’abiti e di cenci, per il pericolo quasi inevitabile di attaccare con essi il contagio. Anche i mercati si sospesero, meno quel di Lecco, che fu permesso con certe prescrizioni.
Richiamarono in città i capi di famiglia che a poco a poco erano quasi tutti emigrati nelle ville per timore del morbo.
Proibirono nuovi affitti di case, perchè gli inquilini, col trasportare le suppellettili già per avventura infette, non recassero il male nelle altrui abitazioni.
E siccome cresceva ogni dì la pertinacia e la leggerezza della plebe, che negava dar fede alla peste e perseguitava coloro che, affermando essere già penetrata fra noi, suggerivano gli opportuni rimedj, così i magistrati, di concerto col governatore, che allora trovavasi per la guerra a Carmagnola, cercarono tenerla in freno con minacce e gastighi.
Facendosi poi sempre più intollerabile l’aggravio di alimentare quella famelica e riottosa plebe, nè bastando i granai per distribuire ogni giorno pane di frumento, decretarono: Si adoperasse anche miglio e panico, ed i pani fossero di minor peso, giacchè la scarsezza di denaro rendeva necessaria ogni possibile economia.