Io non sono di quelli, nè deggio esserlo, che vogliono scevri di qualsiasi colpa i magistrati e la patria, anzi temo che alcuno non trovi soverchj gli elogi da me compartiti in questo racconto. Ad ogni modo, ove mi sia conceduta la libertà propria d’una veridica storia, non esiterò a ripetere quanto già notai, e biasimai altrove. Questo contagio non fu sulle prime conosciuto e creduto, e gli appestati non vennero tosto rinchiusi nel Lazzaretto per tener conto dei sintomi. Invece si rinserrarono, ammucchiati nelle case, ed ivi sulle scale, ne’ cortili, e perfino nelle soffitta, in numero di quaranta, e più ancora, coll’alito, il lezzo, ed il fetore continuo, s’infettavano a vicenda. Queste furono le cause per cui le stesse preghiere rimasero inefficaci coll’Onnipotente, da cui dipendeva il cessare del flagello.
È altresì opportuno che io impunemente deplori un’altra calamità, la quale non si potrà leggere o udire senza rammarico e senz’onta per Milano come d’ingiuria alla natura. Per alcuni mesi, durante il contagio, perì non solo la moltitudine già adulta, e che tosto o tardi pur deve morire, ma anche la futura generazione, speranza dello Stato, i bambini, che appena usciti in luce, morivano in uno colla madre di peste. Imperocchè le nutrici mercenarie, per timore, ricusavano dar le poppe, o prestandosi, comunicavano il male ai lattanti o da essi il contraevano.
In tal guisa, oltre tante migliaja di cittadini, perirono i neonati, che non avevano per anche il sentimento dell’esistenza. Più infelici, mille e mille altri, i quali trovarono tomba nell’utero materno! E sebbene i medesimi non sentissero la morte, ne patì il danno lo Stato, mancandogli i nascituri che supplir dovevano al vuoto lasciato dai periti pel contagio. I magistrati adducevano a scusa del non aver posto riparo a tale sciagura la violenza del morbo, le immense spese e la difficoltà di rinvenire in quei giorni, per qualsiasi mercede, puerpere, il cui latte non fosse viziato.
III. Nuove particolarità sulla carestia e la peste.
Torna a me pure in acconcio quello che afferma in un passo della sua opera il principe della Storia Romana, cioè che vediamo accrescere le pagine di un volume il quale sul principio credevamo dovesse riuscire di piccola mole; così, mettendo il piede nel mare, a misura che ci scostiamo dalla spiaggia, ci troviamo in acque più alte.
Nè mi sarebbe agevole venire al termine di questa storia, se volessi continuare a raccogliere da quel calamitoso triennio, qui riunendoli a fascio, tutti i terribili casi degli uomini, le sciagure tutte di Milano, le cure dei governanti, i nuovi editti ed i pubblici sforzi d’inesausta munificenza, i rimedj svariatissimi che vennero suggeriti o usati; i doni, le elargizioni, la divina potenza, dalle accecate menti non conosciuta, che preparava al popolo questo flagello, riserbandosi di farlo cessare a suo beneplacito. Tutte le quali cose allungherebbero fuor di modo il mio racconto, sicchè accennerò solo le circostanze che mi sembrano preferibili, perchè servano d’esempio ai posteri, ed anche per rallegrare alquanto l’animo attristato de’ leggitori.
Noterò prima di tutto, sul finire di questo doloroso racconto, un accidente che servir potrebbe come esordio di una nuova opera. Oltre i segni celesti e gli avvisi degli astri, non mai veduti fra noi, ma che ai conoscitori riescono sempre formidabili, e le due comete apparse nel 1628 e nel 1630, orribili entrambe a vedersi, corsero fatidiche predizioni intorno la carestia e la peste. Nè mi vergognerò di citare quei versi, benchè storpiati, correndo per la bocca di tutti gli sciocchi, giacchè da ogni bocca udivasi ripetere:
Regneranno dovunque e fame e morte[167].
E l’altro:
Vedrem prodigi; letal morbo appresta[168].