Anche le donne, le quali sempre nei disastri sono più pietose ed eccedono sì nelle cose oneste che nelle riprovevoli, intervenivano a tali processioni e si flagellavano, offrendo le penitenze come espiazione a Dio, alla Vergine, ai Santi loro protettori in cielo. Queste pratiche facevansi in pubblico, altre moltissime tra le domestiche mura, e più efficaci, io son d’avviso[164], ad impetrar grazia del Cielo; ed erano le estreme prove degli animi compunti per ottenere la misericordia del Signore.
L’amor del denaro è l’ultima passione da cui staccasi l’uomo anche quando dispera di tutto, e a lui sovrasta la morte; nondimeno i Milanesi l’offerivano a Dio, non già come vile e sprezzato metallo, ma come prezioso e carissimo pegno. Non che credessero aver Dio bisogno di quell’oro, ma nella speranza che accetterebbe benigno il loro buon volere.
Donne avare, vecchi tenacissimi, crudi e sfacciati usuraj, che custodivano il proprio scrigno come il gran drago[165]; molti nobili, i quali, non per illeciti guadagni, ma per eredità d’antiche famiglie eransi arricchiti; ogni agiato mercante, ogni artefice, per poco denaroso, rivenditori, sensali, sacerdoti, ricchi per pingui prebende o per risparmj d’una lunga vita, tutti costoro, chi al primo scoppiar della peste, chi dopo morte, mostrarono che l’uomo, perduta ogni speranza e cura delle terrene cose, affida sè stesso e gli averi a Dio, o, per dir meglio, li restituisce a lui. Quelli de’ soprannomati che vedevano con ispavento avvicinarsi il termine de’ loro giorni; altri che pur speravano sopravvivere al contagio, altri finalmente, i quali anelavano emigrare in lontani paesi per fuggire il morbo, ed ivi trovare quieta stanza, tutti, secondo la propria condizione, diedero denari per la comune salvezza.
Taluno li consegnò al confessore, altri all’amico, e fino al proprio nemico. Chi lasciò per testamento alla città, chi a’ monasteri, alle chiese, alle confraternite. Aprirono gli scrigni, legarono i crediti loro, e palesarono fino i tesori nascosti nelle caverne, o tra i ruderi delle case. Ve ne furono però di quelli che morirono senza testare a favore di alcuno il molto oro trovato in seguito a caso ne’ più schifosi nascondigli, rimanendo incerto chi mai ne fosse stato il proprietario.
Trovai ne’ pubblici atti orazioni contro la peste, composte da pie persone, ovvero per ordine de’ magistrati, quasi che in Milano, città fin dai più antichi tempi religiosissima, non si facessero bastanti preghiere, e divote pratiche!
«O S. Nicola, decoro e gloria di Tolentino, caro a Dio per amore della povertà, della virginità e dell’ubbidienza, i cui miracoli illustrano l’ordine degli Eremitani, e lo rendono venerato fra gli uomini, deh! tu co’ tuoi meriti ne intercedi il termine della pestilenza».
La qual divota antifona impararono cantare i nostri fanciulli e le donne, avendo udito che in altri paesi era riuscita efficace.
Parecchie simili orazioni stampate o scritte, giravano per le mani e pendevano affisse alle porte delle case. Una recitavasi con grandissima divozione a Maria Vergine, che aveva liberata, com’era fama, la città di Coimbra dalla peste, ed io qui la trascrivo colle proprie parole.
«La Stella del cielo che allattò il Nostro Signore, estirpò la morte di peste, che il primo padre degli uomini piantò. Essa Stella si degni ora frenare gli astri che avversi uccidono il popolo, piagandolo crudelmente a morte. O piissima Stella del mare, liberaci dalla pestilenza; porgi orecchio, o Signora, alle nostre preci, chè il Figliuolo tuo ti onora, e nulla ricusa alle tue suppliche. Ne salva, o Gesù![166]»
Questa ed altre molte orazioni furono usate insieme co’ rimedj umani per allontanare il contagio; e il Signore, che per gl’imperscrutabili suoi decreti pareva da principio negare soccorso, si mostrò poscia clementissimo al supplicante popolo.