E siccome l’impero di Roma, giusta la sentenza d’un illustre storico latino, crebbe appunto per molte minime circostanze da esso narrate, così le minute prescrizioni immaginate e poste in opera dai nostri magistrati, furono causa, dopo la divina misericordia, che non perisse l’intera città pel contagio, e in tutte le terre dello Stato non si propagasse.
Molti errori si commisero, e principalmente nell’aver trascurato con grave danno di sequestrare dal commercio giornaliero le due Porte Orientale e Ticinese. Il che ove si fosse fatto, ponendo guardiani a custodia delle medesime, infette di peste, era sperabile che, raffrenato il male, e respintolo come nemico, avrebbero salvata la città, impedendo che si allargasse nel cuore di essa. Ma questa misura era più facile suggerirla che mandarla ad effetto; però non v’ha dubbio che il Locato in Porta Orientale, ed il cenciajuolo in Porta Vercellina, furono i primi ad introdurre la peste in Milano.
Tutta la colpa di non aver avvertita simile cautela, o d’averla trascurata, diedesi ad un uomo, l’opinione del quale, nel Consiglio Pubblico, riuscì dannosa, e non solo in questo affare. Perocchè il medesimo, contrario ai lavacri, che situati presso le acque correnti del Lazzaretto, detergevano le immondizie, e via le trasportavano, godendo il vantaggio d’una scaturigine perenne[161], s’adoperò a tutto potere per far erigere altri lavacri in un padule, le cui acque stagnanti e putrefatte, già di per sè corrotte, e vieppiù da sì gran cumulo d’immondizie alimentavano ed esalavano la peste. Trovai ne’ registri che furono spesi quattro mila zecchini in quell’edifizio. Così un uomo impetuoso ed ignaro della natura delle cose, fece sprecare al pubblico sì grossa somma senz’altro effetto che di porgere fomite al morbo ed accrescerlo[162].
Non già ch’io voglia farmi interprete dei divini giudizj, e chiamare temerariamente l’imperscrutabile provvidenza, ministra dell’ire nostre, e punitrice di chi, per leggerezza o per colpa, ne arrecò danno. Ma fu caso mirabile e degno di ricordanza che il nobile summentovato, il quale dirigeva le cose a suo capriccio, senza le necessarie cognizioni, e parecchi commissarj e ministri subalterni della Sanità, colpevoli di trascuratezza nell’adempimento dei loro doveri, perirono tutti quanti. Il Primoldo, il Confalonieri, l’apparitore Pontino, il quale col comperare, indi vendere il lenzuolo d’un appestato, fu causa che perissero più di sette mila persone, ed altri furfanti di simil tempra, morirono colle loro famiglie lo stesso giorno, offrendo un esempio della giustizia divina.
È impossibile descrivere la violenza e l’atrocità di questo contagio. I tanti casi narrati, e la città, resa quasi deserta d’abitanti, basterebbero, ov’altro non fosse, a comprovarlo; pure mi turbano l’animo meraviglia e terrore al ricordare la morte repentina di tutti i religiosi d’un convento. E ciò non per contatto o per gli unguenti ed i veleni pestiferi, ma per una cosa vana e leggera qual è il fumo. Nella strada Marina, rinomata per amena posizione e per il vivace ingegno d’un nobile e ricco vecchio, che indicò ai magistrati quello spazio adjacente al pomerio della città[163], come opportuno al corso dei cocchi ed ai passeggeri. E, ottenutane licenza, lo spurgò, lo ridusse in linea retta, e l’abbellì, imponendo alla nuova strada il proprio nome che tuttora conserva.
Ivi, mentre di notte tempo, nella supposizione che tutti i vicini abitanti dormissero, abbruciavansi abiti, coltri, piumacci, cenci ed altre suppellettili, il puzzo penetrò nell’adiacente monastero, insinuandosi traverso le griglie delle finestre nelle stanze dei religiosi.
Il dì seguente morirono parecchi di loro, gli altri per due giorni lottarono col male, indi spirarono; quelli soltanto che abitavano nell’interno in luoghi chiusi dove non penetrò il fumo ed il puzzo, sopravvissero.
Fra tutte le cose rimarchevoli di quest’anno, e la catastrofe del popolo milanese, nulla tanto mi commosse e commoverà, cred’io, gli animi dei lettori, quanto l’esimia pietà del medesimo, che propria di questa città, d’onde sembra siasi sparsa nelle altre regioni, s’infervorò vieppiù tra le miserie, restando illustre ed imitabile esempio a tutte le genti nei tempi futuri.
Oltre i digiuni pubblicamente intrapresi, i voti, e i sacri riti, e quant’altro può rendere propizio Iddio; oltre le elargizioni a’ Luoghi Pii, decretate dal Consiglio Generale, le limosine a’ poveri, in nome di Cristo Salvatore per placarlo; in breve, oltre quanto la religione e la natia munificenza della città suggerì, ciascuno gareggiava nel promovere gli atti di pietà e di beneficenza, e tutto ciò che reputavasi valevole a impietosire Dio, affinchè perdonasse colla bontà e misericordia sua le colpe dei mortali.
Andavano a visitare le chiese a piedi scalzi, coperti di sacco, battendosi il dorso col cilicio, finchè ne grondava in copia il sangue, e tingevano di porpora quella veste di dolore e di penitenza. Molti giravano di giorno coperti di sacco, assai più, durante la notte, andavano ignoti e soli; poi, riunendosi a schiere, insieme piangevano, oravano, flagellavansi, battendosi a gara gli uni gli altri nelle tenebre. Lo spesseggiare dei colpi, ed il crescente romore raddoppiava l’emulazione ne’ loro animi, siccome notarono certuni, cui prese vaghezza di tener dietro di notte a quelle schiere spiandone gli atti.