In seguito uscì un decreto che sminuiva il numero di costoro, la cui temporaria e illimitata autorità, era sì fatale al paese. Ridotti a minor numero, le cose camminarono un po’ meglio, e la Sanità ebbe meno reclami.

Morti parecchi medici e chirurgi, e trovandosi a stento persone che far ne potessero le veci, sia nell’ordinare rimedj, sia nel cacciar sangue ed altre operazioni di flebotomia, la Sanità invitò con premj quanti esercitavano la medicina e la chirurgia in Milano, ed offrì lauti stipendj a coloro che venissero dalle città e dai paesi vicini.

Il decreto di spurgare Milano colla quarantena fu di pochissimo giovamento, anzi fu causa di disordine, e diede nuovo fomite alla peste, imperocchè, sconsigliatamente, mettevansi insieme i sani, i convalescenti, e quelli che portavano nascosto nelle viscere il male. Tale quarantena, attivata non già nel Lazzaretto maggiore, ma ne’ succursali, stabiliti presso le singole porte della città, ammucchiava, come dissi, i guariti di fresco cogli appestati. Ivi, come se fossero in taverne, davansi in preda a gozzoviglie e giuochi, e con ogni genere di lascivie contaminarono sè e gli altri, morendo avanti il termine fisso all’uscita, per cui riuscì dannosissima quella disciplina sanitaria. Il Tribunale non trovò altro rimedio al disordine, fuorchè di aprire que’ recinti, e non far eseguire il decreto com’era accaduto di parecchi altri, lasciando impuniti i trasgressori, perocchè in quei luoghi riconoscevasi solo l’impero della morte.

Un caso impreveduto, o, per dir meglio, la vana speranza e la cieca smania di creder vero ciò che ardentemente si desidera, trasse in errore il Tribunale. Una donnicciuola giunse a Milano da un villaggio del Lago Maggiore, e per materna tenerezza verso un suo figliuolo condannato alle galere, presentossi al Tribunale, assicurando di avere rimedj mirabili contro la peste, scoperti collo studio dei semplici per grazia celeste, ed anche con mezzi arcani che non le era lecito appalesare. Ella propose che ove le restituissero libero il figliuolo, o almeno glielo promettessero, entrerebbe immediatamente nel Lazzaretto, ove i fatti farebbero prova della verità di sue promesse.

La Sanità accettò, ed ammise tosto la vecchia medicastra nel Lazzaretto, ove amministrò certe erbe e polveri agli appestati, mormorando sovr’essi alcune misteriose parole con aria ispirata. Ma coloro che la tenevano d’occhio osservarono che pronunziava parole senza senso, e che le erbe e le polveri non avevano virtù efficace, anzi quando porse rimedj attivi ai malati, riuscirono fatali, essendone morti parecchi nelle sue mani. In tal guisa una donnicciuola ingannò il rispettabile Tribunale della Sanità[158].

Il suddetto rappresentò poscia al Senato che nelle carceri i rei di delitti capitali, e molti che vi si trovavano per debiti, cadevano ammalati per lo squallore ed il sucidume delle prigioni, e molti erano già morti[159]. Laonde suggeriva essere prudente consiglio lasciare in libertà quanti si poteva senza rischio. Il Senato scelse alcuni de’ suoi membri per esaminare le controversie e le liti de’ singoli detenuti, non chè i loro delitti con piena facoltà di rilasciarli o di trattenerli in carcere: inoltre decretò che per tre mesi alcuno non s’imprigionasse per debiti[160].

In quest’ultima parte del mio racconto, inserii varj casi, non solo di lieve conto, ma abbietti a tale che appena la storia degnasi farne menzione. E li raccolsi dovunque, narrandoli a misura mi capitavano per le mani e mi venivano sulla penna, a ciò mosso dal desiderio di nulla ommettere di quanto fecero i nostri magistrati per zelo della pubblica salute.

Presero molta cura per le filande, e perchè non si ammucchiassero gli escrementi dei bachi di seta, dai quali estraesi quel filo emulatore dell’oro, e che, tessuto in splendide vesti, fa brillare e rende superbi i nobili. S’avvidero che, vietando pel lezzo il mettere bachi e le filature de’ medesimi, sarebbe un togliere al popolo il mezzo di vivere e in città e nelle campagne, giacchè quasi in tutti i paesi del nostro territorio si aspetta avidamente la stagione de’ bozzoli che dà lavoro a tante braccia. D’altra parte riflettevano che i contadini per amor di guadagno e per abitudine, non baderebbero al pericolo d’infettar l’aria col lezzo prodotto dalle diverse operazioni intorno i bachi da seta. Perciò, quantunque nell’editto generale avessero ordinato che in quell’anno della peste non si mettesse semente, modificarono il divieto, concedendo di farlo sotto certe discipline e cautele. Fu conceduto tener bachi non entro i borghi e villaggi, ma soltanto nelle cascine e case isolate, qualora però queste non fossero già infette per casi di peste. Se alcuno cittadino o campagnuolo dava la semente a metà ai contadini, come si usa, doveva offrire sicurtà per l’osservanza dei prescritti regolamenti.

Il letto de’ bachi, e le immondizie rimaste dopo che si sono messi al lavoro dei cocconi, fu ordinato che si trasportassero ne’ campi all’aperto, lungi dall’abitato. Nelle stanze, dove eranvi i bachi, si prescrisse di accendere di tempo in tempo falò di lauro, ginepro, ed altre erbe odorifere, comuni nelle campagne, servendosi in mancanza di radici e tralci delle viti. In esse stanze poi niuno dormisse, anche per ventidue giorni dopo, badando che il fetore non producesse deliquj.

I politici volgari, che vivono alla giornata, sentenziarono codeste discipline minuziose e inconcludenti, ma ben altro giudizio ne daranno coloro i quali rammentino ciò che un greco sapiente lasciò scritto. Esservi, cioè, in una sola parola, in un movimento opportuno del corpo, un cenno, in un volger d’occhi, maggior forza per indicare il senno e la grandezza dell’animo, che non siavi in molte egregie azioni.