Costoro, in ischiera serrata, si scagliarono contro i sostenitori della peste additandoli ai nobili ed al volgo quai carnefici, se non de’ corpi certo degli animi, come quelli che spargevano la costernazione ed il terrore della morte e del pubblico eccidio. La Sanità, vedendo che tutti gli argomenti per comprovare l’esistenza del contagio fra noi erano derisi, decise tentare una prova efficacissima a far conoscere la verità ai prudenti e agli stolti, e ad infondere un ragionevole timore negli animi.

Era venuto il giorno in cui uomini, donne, molti nobili a cavallo o in cocchio, giusta l’uso, ed il popolo, libero dai lavori per essere dì festivo, accorrevano in folla al Foppone di San Gregorio da mattino a sera a pregare pei morti dell’antecedente peste, colà sepolti. Pietosa usanza conservatasi da mezzo secolo tra i milanesi, non senza che taluni, giova confessarlo, v’andassero per far pompa di sè, o per godere lo spettacolo dell’accorrente moltitudine.

I conservatori della Sanità scelsero quel giorno per vincere, con un lugubre spettacolo, l’incredulità al contagio, che in molti, quasi per celeste castigo, era invincibile. Posti sopra carri i cadaveri di non pochi appestati morti in quella giornata, comandarono si traducessero alle aperte sepolture nell’ora del maggior concorso di popolo, come se ciò accadesse per semplice caso.

All’apparire dell’orribile convoglio, scoppiarono pianti, gemiti e voci imploranti la divina misericordia. E fu avvisato il Tribunale che la vista di quei carri aveva fatta sì grande impressione, che anche i più increduli ormai s’erano persuasi dell’esistenza della peste.

Decretossi di chiudere le comunicazioni colla Savoja, affinchè altri barbari da Susa e Pinarolo non introducessero eglino pure in Lombardia il contagio, che già infieriva tra noi a segno, da poterlo trasmettere di nuovo ai medesimi. Proibirono, sotto pena di morte e del bando, qualunque compera d’abiti o stracci, spaventati forse dalla morte di coloro che abitavano in casa del Bellano, venditore di cenci.

In mezzo alle cure che non davano tregua, e crescenti vieppiù di giorno in giorno, suscitava indegnazione e dolore la prepotenza degli individui posti alla sorveglianza delle poste e dei quartieri in Milano, e dei custodi che stavano a guardia al di fuori. Costoro, divenuti arbitri delle faccende e del traffico giornaliero, invece di esercitare un’equa magistratura, tiranneggiavano il popolo.

Erano dessi falliti, in bisogno di pubblico impiego per campare la vita, ovvero uomini danarosi che nelle calamità della patria agognavano d’accrescere le loro ricchezze, o infine gente prezzolata, avida di regali, speculante sulla miseria degli indigenti, e che spartiva i guadagni co’ suoi padroni.

Chi di essi fingeva zelo, quasi fosse uno dei padri della patria, chi vantavasi per ingegno e dovizie, atto a tener in freno gli uffiziali subalterni, altri erano adoperati nel far eseguire gli ordini: pessimi tutti, e fatali quanto il contagio, si tolleravano per la scarsità de’ buoni cittadini ch’eransi dati alla fuga.

Fuvvi uno, non so se fallito, o ricco prepotente, il quale ordinava gli si portassero dalle case rimaste vuote per la morte de’ proprietarj quanto vi si rinveniva di prezioso, ed anche le suppellettili domestiche. In tal modo avevano que’ furfanti raccolto anelli, gioje, vasi di rame e di stagno, biancherie e simili, fingendo tenerli presso di sè come in deposito da restituirsi; ma in realtà per farne bottino.

Il Tribunale, conosciute le rapine di codesti iniqui, non riuscì sulle prime a levarli dal loro posto, ma qualche tempo dopo, côlta l’opportunità, li rimosse, oltrecchè la stessa peste molti ne tolse di mezzo senz’altra briga[157].