Il 10 novembre il Tribunale, dietro tale relazione, emanò ordini che le suddette terre venissero dichiarate infette di peste, nè si ammettesse alcuna provenienza dalle medesime. I registri ordinati sulle prime, poi trascurati, vennero rimessi in vigore con severo decreto, il quale fu osservato dai custodi per timore dei gravi castighi che minacciavansi a’ trasgressori.
I due commissarj continuarono il giro, trovando parecchi villaggi già invasi dal contagio o spaventatissimi pel suo avvicinarsi. Date le più urgenti disposizioni sanitarie, e provveduto col pubblico denaro ai bisogni istantanei, tornarono a Milano, riferendo al Tribunale di Sanità, che ormai non era dubbio il contagio, e già serpeggiava ne’ dintorni della città. I medici collegiati, trepidanti a tale infausto annunzio, ingiunsero ai due commissarj di recarsi ad informarne il governatore. Il Tadino e il Visconte v’andarono, e tornati in seduta riferirono che Sua Eccellenza era dispiacentissimo e molto agitato per l’annunzio, ma che le cure più gravi della guerra, lo tenevano occupato[154].
Il Tribunale ordinò che le lettere dei medesimi, venissero registrate negli atti a perpetua memoria dell’origine e delle prime stragi della pestilenza. Il Tadino, non soltanto medico ma storico egregio, descrisse nella sua relazione lo stato delle terre che visitò, delineando le pianure, le valli, i seni, le paludi, i luoghi irrigati da acque, le squallide lande. Distinse le vigne, gli orti, le campagne, i monti sassosi, i palazzi, le case, i miserabili tugurj dei contadini; notò il numero delle famiglie di ciascun paese, e quali di questi fossero aperti e indifesi contro la peste, quali invece o per posizione, o perchè recinti di mura, avessero speranza di schivarla. A codesta che può dirsi geografia della pestilenza, aggiunse il Tadino le osservazioni sanitarie proprie dell’ufficio suo: descrisse la miseria de’ contadini, molti dei quali trovò giacenti sulla paglia fracida e sporca dal lezzo de’ soldati cui aveva servito; parlò dei rimedj da lui amministrati, de’ soccorsi distribuiti, e delle prescrizioni che aveva attivate, affinchè le terre ancora sane porgessero ajuto alle già infette, e ne ricevessero esse pure, se fatalmente le colpiva il morbo. Conchiuse dicendo aver’egli dati dovunque gli ordini, perchè i cadaveri degli appestati che, frammisti ai viventi, facevano orrore coll’orrendo aspetto, e contaminavano l’aria, venissero posti sotterra[155].
Coteste notizie del morbo, che già erasi diffuso per le campagne, nelle valli, e fino entro i boschi, conturbarono tanto più i nostri magistrati, quanto non se lo aspettavano in quella stagione autunnale, essendo la pestilenza un mostro di cattivo augurio che d’ordinario compare in estate, ed all’appressarsi dal verno si nasconde negli antri, per rialzare nuovamente il capo col sole di primavera. Intanto cinque morti di peste accaddero entro le mura di Milano, le quali, confessate in segreto, minacciavano gravissimo pericolo pel venturo estate. Non fecero senno i magistrati di quei cinque casi, però vollero si registrasse negli atti il loro errore per istruzione dei posteri.
Quel Locato, di cui parlai al principio di questa storia, fu il primo ad introdurre il contagio in città; era un soldato di presidio a Lecco, che, voglioso di venire a Milano, vi s’introdusse con una bolletta falsa, e portò seco un fardello di robe, oltre i vestiti che aveva indosso, comperati dagli Alemanni, per venderli in Milano[156].
Morto il Locato nell’ospital maggiore, come narrai, ammalarono quanti gli erano stati vicino; alcuni morirono, altri, presi da febbri acute con gavoccioli, a stento risanarono. Questo è il primo caso di peste che trovo registrato negli atti del Tribunale di Sanità; morirono in seguito con segni di bubboni, e carbonchj certe donnicciuole della famiglia di un Colonna, abitante nella casa medesima dove alloggiò il soldato. La Sanità fece abbruciare le vesti e tutte le suppellettili di esse donne, perchè avevano comperate alcune robe dal soldato. In seguito si scoprì che, trovandosi esse in pericolo di morte, avevano mandate al vicino oratorio di San Rocco alcune vesti perchè si appendessero come voti al santo protettore della peste; laonde il Tribunale diede ordine, che di là tolte, si abbruciassero, affinchè, per l’intempestiva divozione di quelle femminuccie, il male non si diffondesse dall’oratorio tra il popolo.
Il 2 novembre intervennero alla seduta il protofisico Settala, suo figlio Senatore, da lui educato perchè fosse erede della gloria paterna, ma che non gli sopravvisse a lungo, ed Alessandro Tadino, il quale, congiunto ad entrambi per amicizia, studj uniformi ed amore di patria, formava con essi quasi una sola scuola medica ed una famiglia. Turbati in volto, riferirono come in porta Vercellina, in una casipola di Bernardo Bellano venditore di cenci, era arrivato un Gerolamo Radaello, fuggito per qualche motivo dal borgo di Merate, dove aveva comperato dai soldati alemanni un colletto di bufalo. Preso da febbre pestilenziale era morto in due giorni, ed apparvero sulla schiena del cadavere negre pustole e bubboni; anche il Bellano, suo ospite, morì cogli stessi sintomi di peste; di più Vittoria Cattanea, la quale per compassione o per denaro aveva assistiti i due malati, erasi infermata. Il figlio del Bellano, lattante, e la vecchia Caterina Cattanea con sua figlia, inquilini di essa casa, morirono tutti di peste in conseguenza del contatto inevitabile negli abituri dei poveri.
Dietro questa relazione dei tre illustri medici, la Sanità ordinò che raddoppiassero le cautele preservative. Ma ormai era vicino il principio di quell’anno che doveva menar tante stragi in tutta la città.
Entrante il gennajo 1630, incominciò il contagio ad invadere Milano da due opposte parti, cioè da Porta Orientale e da Porta Vercellina, e il Tribunale di Sanità fece disporre fuori del Lazzaretto le capanne destinate a ricoverare gli appestati. E siccome esistevano le norme disciplinari istituite dal duca Francesco Sforza, pregò il Tadino ed il giovane Settala, medici conservatori, perchè, esaminatele, aggiungessero o mutassero ciocchè esigevano i tempi e l’attuale condizione delle cose, raccomandando loro che traducessero ciascun capitolo in lingua volgare, con apposite e chiare spiegazioni, in guisa che il libro riuscisse utile a quanti dovevano usarne. I conservatori, senza perder tempo, spiegarono e ridussero in tabelle le discipline del vecchio Lazzaretto.
I medesimi riferivano giornalmente al Tribunale che mancava loro autorità per costringere all’osservanza delle leggi sanitarie, non solo i plebei, ma anche molti nobili, i quali andavano dicendo essere falso il pericolo del contagio, e nemici della patria i medici che la sostenevano. L’ottimo e venerando Settala ebbe a soffrire gravi insulti, e per poco non fu dal volgo lapidato: un barbiere ingiuriò il Tadino, e tentò suscitargli contro quelli che passavano per la strada. Altri medici di minor grido, stranieri, e quindi senz’amor di patria, ovvero nostrali, ma corrotti da malevolenza e da invidia contro il collegio perchè non voleva riceverli, schiamazzavano frementi, adoperandosi a tutto potere per mandar a vuoto i suggerimenti dei conservatori e i decreti della Sanità, schernendola, come se fosse magistratura inutile e di puro nome. Colleghi a costoro erano non solo spregevoli barbieri, che dal rasojo e dal pettine passavano a fare il medicastro, ma anche veri chirurgi, i quali avrebber dovuto sostenere la medicina, come quelli ch’esercitano un’arte alla medesima sorella.