Ne’ primordj di queste luttuose vicende, allorquando indizio veruno o terrore di peste eravi in città, e i Milanesi, tranquilli e scevri di cure, attendevano alle loro occupazioni, godendo come è loro costume i piaceri e le gioje della vita, si sparse voce che l’esercito imperiale, movendo all’acquisto di Mantova, disseminava il contagio nei paesi che traversava. Al qual morbo, la gente alemanna, per consuetudine inveterata da secoli, non abbada più che alle comuni malattie. Già era venuto l’avviso che in Lindò dodici famiglie infette di peste trovavansi segregate giusta le prescrizioni sanitarie fra noi in vigore; per la qual cosa il presidente Arconati adoperossi a tutto potere perchè la Sanità dichiarasse Lindò infetto, e quindi interrotto ogni nostro commercio col medesimo. E tanto più che oltre all’avervi stanziato l’esercito alemanno, sporco di peste, essa città è sempre sospetta come emporio delle merci provenienti dalla Germania[150]; laonde l’Arconati instava che per sicurezza di Milano si vietasse con pubblico decreto di ammettere nello Stato persone e mercanzie di là provenienti. Ma gli interessi privati, i quali, al dire d’un antico scrittore, sono mai sempre in collisione coi pubblici, tolsero che si attivasse questo sì provvido divieto. Alcuni nostri cittadini, potenti e ricchissimi negozianti o parenti di negozianti, i quali coprivano altresì eminenti cariche, vi si opposero coll’autorità loro e coi suggerimenti, non tralasciando anche di trarre al loro partito uomini di cui servivasi il Tribunale di Sanità.
Avevano i medici conservatori insistito che s’intercettasse la comunicazione con Lindò almeno durante l’estate, il calore del quale innasprisce sempre i contagi. E quando videro derisi i loro consigli e che i guadagni de’ potenti ostavano ai dettami della filosofia, cercarono che almeno si spedisse in quelle parti un uomo fidato, il quale, fatte diligenti indagini, scrivesse a Milano come progredisse la peste, come s’andasse sviluppando, e da che strade potevasi introdurre nelle nostre provincie.
La Sanità affidò tale missione a Giulio Vimercati, uomo fedele, ardimentoso e sprezzatore d’ogni pericolo, purchè ne riportasse lodi, elogi, certezza di pronto lucro e speranze future.
Il Vimercati perlustrò ogni angolo, esaminando tutto quanto concerneva la peste colla diligenza non solo d’un legato della salute pubblica, ma d’uno speculatore. Ma le sue lettere e le relazioni circostanziate tornarono vane, prevalendo, come dissi, i raggiri de’ negozianti, i quali, per la condizione dei tempi, maneggiavano a loro voglia le cose, ed insaziabili di guadagno, quantunque nobili e ricchi, facevano cadere a vuoto ogni provvedimento contrario al loro interesse. Coll’autorità e con segrete mene adunque riuscirono ad impedire che si vietasse il pericoloso commercio colla Germania, come volevano i medici conservatori. Di più fecero sopprimere le bollette, utile e salutare cautela introdotta l’anno 1628 dal senatore Paolo Ro, presidente della Sanità[151]. E tale misura così improvvida adottossi quando l’esercito alemanno, infetto di peste, non si sapeva ancora per quale strada scenderebbe in Italia. Allorchè poi, muniti i castelli dei Grigioni, esso cominciò a scendere nella Valtellina, avvicinandosi sempre più a noi, il Tribunale di Sanità decretò che niuno comperasse abiti, utensili, vasi e qualsiasi cosa derubata dalle truppe nei villaggi che già si sapevano infetti di peste. Gravissimo era il pericolo, giacchè i soldati cercavano trar partito dei loro furti, offerendoli a’ compratori a basso prezzo; laonde il decreto della Sanità fu vilipeso, e molti, con quell’infame traffico per ingordigia di guadagno, contrassero il morbo, con ruina di molti e della patria.
Il Consiglio, la Sanità, il Senato ed i Questori ordinarj, instarono con raddoppiata energia, perchè, se evitar non potevasi assolutamente il passaggio delle truppe alemanne pel nostro territorio, almeno s’imbarcassero a Chiavenna sul Lario fino a Como. In tal modo scemava il rischio di spargere il contagio nelle terre, e lasciavasi minor adito di rapinare alle soldatesche, baldanzose e sfrenate come è proprio dei barbari. Ma i Comaschi, siccome corse voce, evitarono con un donativo il disturbo: i capi della loro città, mediante quattro mila zecchini, fecero in modo che i comandanti dell’esercito scegliessero la via di terra toccando appena qualche terra del lago. Se l’esercito veniva traghettato con barche, come erasi stabilito, e per abbreviare il viaggio, e per minor danno del paese, il contagio avrebbe recato guasti di gran lunga minori, nè sarebbesi cotanto esteso; e le truppe alemanne non avrebbero desolate le popolazioni colle rapine e la militare licenza.
Dovevano, giusta il prescritto, uscendo dalla Valle Solda, imbarcarsi a Margozzo ed entrare nel Verbano; giù pel Ticino a Pavia, indi pel Po giungere ai luoghi ov’era diretto l’esercito. Si propose altresì una seconda strada, cioè da Belinzona a Magadino dove s’imbarcherebbero; la terza finalmente, che a forza d’oro venne chiusa, era che le truppe, uscendo dalla Valtellina, preso imbarco sul lago di Como, e fatto un tragitto di quattordici miglia, si portassero a Laveno in riva al Lago Maggiore; ovvero, traghettata l’Adda toccassero a Castelnuovo, ove questo fiume mette foce nel Po, e di là s’avviassero per dove li guiderebbero i loro comandanti.
I due Tribunali, il Senato ed i magistrati della città avevano così stabilito; ma quando l’esercito, sprezzando i loro decreti, e cangiata strada, devastò tutto il paese con latrocinj, incendj e crudeltà d’ogni genere, eccedendo perfino la consueta militare licenza; quando Colico fu data alle fiamme, la Valsassina posta a soqquadro, depredata la Brianza e tutta la Geradadda, anche più crudelmente tiranneggiata come se fosse invasa da orde barbariche, quando le truppe ebbero sparsa la peste, lasciandone traccia ovunque passavano, allora la Sanità emanò giornalmente nuovi ordini che furono di poco giovamento.
Il 23 ottobre 1629 il protofisico Settala denunziò alla Sanità che nel villaggio di Chiuso, ultimo del territorio di Lecco sul confine bergamasco, era indubitatamente scoppiato il male e che già dieci case trovavansi infette. Vennero eguali notizie da Colico e Bellano e da Lecco, avendo scritto il medico Francesco Maruello ivi residente. In conseguenza di tali avvisi il Tribunale scelse a commissario un certo Cisero, perchè senz’indugio si recasse sui luoghi, coll’ordine di passare per Como, e prender seco un medico per meglio esaminare le cose attinenti alla salute pubblica. I medesimi scrissero non esservi in que’ dintorni peste, ingannati forse da un ignorante barbiere di Bellano, il quale gli assicurò che era bensì morto qualcuno d’improvviso, ma per le esalazioni delle paludi di Colico, ovvero per gli strapazzi sofferti durante il passaggio degli alemanni; e che molte malattie naturali somigliano alla peste. Ma pochi giorni dopo la Sanità, saputo che anche in altri villaggi prendevano forza i sospetti di contagio per morti improvvise, con spavento non solo degli abitanti che abbandonavano fuggendo il paese, ma anche dei lontani pel concepito allarme, ordinò preghiere a Dio perchè infrenasse il morbo che ormai serpeggiava.
Poscia elessero Alessandro Tadino, uomo che all’ingegno non comune, univa l’esperienza e l’attività necessaria in simile frangente, pregandolo che a’ suoi meriti verso la patria, quello pur aggiungesse di recarsi a perlustrare l’intero tratto di paese percorso dall’esercito alemanno, informando il Tribunale quali luoghi trovasse sani, quali sporchi[152]. Gli diedero compagno Giovanni Visconti, auditore della Sanità, provvedendoli d’ogni mezzo occorrente pel viaggio. Partiti da Milano il 29 novembre, visitarono colla possibile sollecitudine la sponda del Lario, la Valsassina, i colli della Brianza e la Geradadda.
Il quarto giorno scrissero al Tribunale le seguenti notizie. Ad Olginate, paese della Brianza in riva all’Adda, non che a Galbiate, avevano trovati i terrazzani agitatissimi per la peste scoppiata fra loro, e molti che si erano isolati per timore, ovvero fuggiti nei boschi e sui monti vicini[153]. Tutto ivi spirava miseria e squallore, a segno che i contadini, senza pronti soccorsi, si sarebbero ammalati di peste seppure già non l’avevano presa. Soggiungevano essere questi i primi luoghi dove eransi fermati, ma che giungevano loro eguali nuove dalle terre più lontane; il che verificherebbero in appresso. Urgeva il bisogno di medici, chirurgi, infermieri, perchè tali infausti principii non avessero più terribili conseguenze.