I Decurioni, a nome della città, di nuovo replicarono non doversi apporre a pregiudizio quanto la città stessa, pietosa e splendida, in altri tempi elargì, nè tacciar di frodi i suoi meriti e l’ossequio verso il monarca. Perocchè la fedeltà al cattolico re, fu appunto quella che l’indusse a non lasciar perire di fame tante migliaja de’ suoi sudditi in Milano, che egli guardava con speciale indulgenza ed aveva sì cara. E siccome i Decurioni, volendo il giusto, non esigevano che tutto il peso gravitasse sul regio Fisco, si prese una strada di mezzo fra il bisogno e la munificenza.

Vennero assegnati quattro mila zecchini per anno alla città da esigere sul dazio del sale, da aggiungersi ad altri quattro mila sulla misura del vino, non lieve sussidio nelle angustie del momento, ma non però quale esigevano le circostanze. Pel rimanente, il governatore diede speranza di poterlo impetrare dal re, qualora scemassero in avvenire le gravose e indispensabili spese che allora lo aggravavano. I magistrati ripreso coraggio, scelsero Brivio Sforza, idoneo, per avita nobiltà, per uso delle corti e pel favore di cui godeva presso il re, inviandolo a Madrid ad esporre le istanze del Consiglio Pubblico; gli diedero facoltà di legato, colle istruzioni relative all’affare, lasciando il resto in suo arbitrio, spiate che avesse la mente del re e le tendenze degli animi in corte.

Doveva lo Sforza, prima di tutto, far presente, che il decreto di Carlo V era chiaro, e senza veruna restrizione, per cui il figlio ed erede dell’impero e della gloria di lui, anche per riverenza del volere paterno, mosso a pietà, guardasse con clemenza e benignità l’infelice condizione dell’afflitta Milano. Qual esito abbia avuto codesta legazione, trovasi nei nostri annali relativi alle vicende di quell’epoca.

V[184]. Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. — Medici. — Asilo pei bambini.

La peste frattanto non rallentava, a segno che le sue stragi sarebbero state più grandi d’ogni altra precedente, ove non l’avesse di gran lunga oltrepassata quella dell’età nostra, nel descrivere la quale io forse seguii l’esempio di tutti i tempi e degli uomini, sempre proclivi ad esagerare i proprii mali a confronto degli altrui, talchè affermano le recenti sciagure di tutte le altre più atroci e terribili.

Anche allora pel contagio diffuso diventò angusto il Lazzaretto alla turba degli appestati, benchè sembri che un sì vasto edificio essere debba a tal uopo più che sufficiente per qualsiasi città. Nel 1576, come nel 1630, il popolo milanese, lagnandosi, come sempre, de’ beneficj e delle liberalità dei governanti, strepitava, tacciando d’avarizia e d’imprevidenza la saggezza de’ vecchi duca, perchè avessero troppa circoscritta l’area del Lazzaretto. A sentirlo avrebbero dovuto ingrandire quell’asilo della morte in guisa che abbracciasse tutta quanta l’ampia Milano sopravvenendo un contagio[185]!

In tale ristrettezza del Lazzaretto si supplì, come facemmo noi pure, alla turba, erigendo pei malati ed i moribondi, lazzaretti succursali fuori delle mure. Anzi ritengo in ciò aver noi seguito l’esempio lasciatoci dagli avi, i quali decretarono che da tutte le terre, entro il circuito di venti miglia, si trasportassero a Milano pali, assi e paglia, e venissero anche i contadini per innalzare le capanne. Furono queste duecento per ciascuna porta, e non fia inutile ricordarne la forma come trovasi descritta negli annali di quella pestilenza, affinchè non rimanga sepolta negli atti del municipio, ma si conosca eziandio dagli estranei, se mai questa mia storia fia letta un giorno in altri paesi.

Sceglievasi un luogo il più alto che si poteva e declive, piantando per lungo le capanne in fila ed eguali, per quanto lo permetteva la natura del terreno.

Le strade intersecanti il lazzaretto aprivansi dieci braccia lontane l’una dall’altra, ed eravi uno spazio vuoto di sei braccia tra le singole capanne, le quali avevano tutte l’ingresso rivolto dalla medesima parte, con uno spiraglio sopra l’uscio, ed una imposta congegnata in guisa che ciascun malato, anche piovendo, potesse veder la luce, respirare l’aria libera, ed evitare in parte il tedio dell’angusto suo carcere.

Le capanne formavansi con travicelli, il pavimento di terra battuta ed alquanto alto perchè fosse meno umido, con vari buchi all’ingiro, pei quali l’acqua piovana colava entro rigagnoli. Una larga fossa[186] chiudeva intorno ciascun lazzaretto, per impedire che di giorno o fra le tenebre, alcuno vi penetrasse a maltrattare i rinchiusi, come anche perchè questi temerariamente non uscissero. In tale fossa colavano tutte le acque derivate, con canali, dalle vicine sorgenti pei vari usi dei lazzaretti. Fuori del recinto di ciascuno dei medesimi s’innalzavano tettoje pei soldati che facevano la guardia sul limitare: ivi pure sorgevano altri tugurj ad uso di cucina, taverne, farmacie, pei molteplici bisogni della numerosa famiglia là radunata. Una gran croce presentava la vista consolante del Redentore ai miseri appestati, chè la religione fu la prima d’ogni cura sì nel lazzaretto di San Gregorio[187] come ne’ secondarj. Ogni mattina davasi il segnale perchè tutti, inginocchiandosi, volgessero gli occhi alla croce, meditando i tormenti sofferti da Cristo. Celebravasi giornalmente la messa in oratorj posti nel recinto, affinchè ciascun ammalato, dal limitare della propria capanna, potesse, se non ascoltare, vedere almeno il Santo Sacrificio.