Queste ed altre espiazioni adoperarono i maggiori nella loro pestilenza, e qual mezzo per sè efficacissimo a placare l’ira celeste, calarono dalla vôlta del Duomo il Chiodo, che, infisso nel corpo del Redentore, fu anch’esso stromento della salvezza del genere umano; e trassero fuori quel ferro imbevuto del sangue divino, siccome reliquia, che avrebbe impetrata di certo la misericordia di Dio. Lo portò per le strade della città, seguìto dal popolo, il cardinale arcivescovo Carlo[182], che, per somma ventura di quell’età, fu tra non molti anni assunto fra i beati in cielo, dove la seguente generazione invocar lo doveva suo protettore. La qual peculiare circostanza avvalorò di molto le preci degli avi, e noi, ridotti all’estreme angustie, trasportammo il corpo del santo arcivescovo, mentre non era venuto ancora il giorno del perdono; indi non cessammo da religiose pratiche finchè Dio non accordò l’impetrata salute. Ma su tale argomento dicemmo ormai abbastanza.
Piuttosto sarà questo il luogo opportuno d’esporre ciocchè fecero, durante la loro peste, gli avi ed i padri dei nostri magistrati, ciocchè il Borromeo, santo patrono dei Milanesi, operò, non ultimo de’ grandi suoi meriti pei quali ora gode la beatitudine al cospetto di Dio, e qui in terra cinto d’aureola il capo, ottenne l’onore della santificazione, il più esimio premio che ad uomo compartisca la divina misericordia.
Dopo la solenne processione, in cui Milano vide due mirabili cose, il preziosissimo ferro che traforò i nervi e le vene del Redentore, e il santo Pastore che lo portava colla destra lacera e sanguinosa, incominciò a farsi sentire più grave la fame, calamità quasi eguale alla pestilenza, o, per dir meglio, fomite della medesima. La carestia che precedette a dì nostri il morbo, sopraggiunse invece più tardi nel 1576, ma non riuscì meno funesta.
Il milanese territorio, che tanto si estende intorno la città, non forniva ormai più granaglia, privo d’agricoltori, i quali, morti, nascosti ne’ tugurj, ovvero rinchiusi nelle capanne degli appestati, sbalorditi dal terrore, attendevano con indolenza ai campestri lavori, o del tutto gli abbandonavano.
Il Consiglio Generale, annuente il governatore con regio placito, decise, per riparo, di comperare e far condurre a Milano buona copia di frumento dalle città di provincia, e segnatamente da Lodi, Alessandria, Novara e Pavia, come quelle che più abbondano di cereali. Non già che i loro abitanti negassero di vendere frumento; ma incrudelendo ed allargandosi ogni dì più la peste, aborrivano qualunque commercio colla metropoli, talchè riusciva difficile il commercio fra essa e le provincie.
I Pavesi in ispecie, con ardito rifiuto, s’erano resi odiosi, come accadde un tempo coi Romani, quando alcune colonie militari ricusarono di fornire soldati all’impero. Nondimeno si comperò frumento in copia, specialmente in Lumellina, e fissato lo stradale, venne riunito presso Abbiategrasso, in granaj ivi aperti lungo il naviglio, affinchè rinchiuso in altri sacchi e caricato su barche, si trasportasse in Milano senza frode o senza pericolo d’infettare le terre donde veniva esso grano. E perchè l’operazione si eseguisse con ogni diligenza e cura, tanto il Consiglio Generale quanto i venditori, delegarono persone, le quali, recandosi sul luogo, invigilassero che il grano fosse scaricato e ricaricato colle debite cautele.
A costoro si diede ampia facoltà di costringere i fittabili e gli ammassatori di grani a vendere per equo prezzo al municipio quanto frumento, riso, orzo e segale avevano ne’ magazzini. E non solo a vendere, ma a trasportarlo ben condizionato a Milano ne’ pubblici granaj. Altre vettovaglie si raccoglievano a Binasco sul Pavese, e nel villaggio di Gallera[183] sul Lodigiano. Si stabilirono in quelle parti emporj, a’ quali ricorrevano dalla città i compratori, affine di non obbligare i venditori a venire ne’ paesi infetti di peste. Sul Pavese ebbero la sovrintendenza Guido e Giulio Scacabarozzi, sul Lodigiano Marco Fagnani, prefetto dell’annona.
Mentre, per alimentare i poveri adottavansi queste misure, senza cui sarebbero mancati i grani indispensabili alla vita; i magistrati ebbero cura anche dei salumi, olj, formaggi, majali, legna e carbone, oggetti che sussidiano quei di prima necessità. E furono inviati Ambrogio Archinto, Guido Cusani e Cesare Pietrasanta per farne acquisto sul Piacentino. Finalmente non si trascurò la più piccola cosa in mezzo a tante cure ed al trambusto. La quale previdenza, il più ammirabile degli scrittori latini, quasi colle medesime parole da me usate, narra aver avuta il Senato di Roma, allorquando la repubblica trovossi in pericolo.
Del resto, nel mentre queste minute cure ed altre ben più rilevanti, facendosi ad ogni ora più gravi, rendevano ormai intollerabile il peso dell’amministrazione a’ nostri magistrati, non ristavano essi dal ripetere che le spese toccavano al regio Fisco. Ma veniva sempre data loro la solita risposta, il principe essere estraneo a quelle spese, vasto l’impero, nè bastare l’oro che ricavasi dalle miniere o dall’arena de’ fiumi, nè i tesori delle Indie e i tributi di tanti regni. Quando poi i regi furono stanchi dal continuo insistere, trovarono una sottigliezza per convalidare il rifiuto col diritto e l’interpretazione delle leggi. Venne fuori, sia dal governatore, sia dal Consiglio segreto, o forse d’ambidue, un rescritto del seguente tenore.
Gli egregi Decurioni instavano, sostenendo che toccava al re di pagare le somme impiegate per la peste, ma doversi fare una distinzione, separando cioè gli stipendi dei ministri dalle altre spese. I primi concedevasi di porli a carico dell’erario, ma non già il denaro consunto per alimentare il popolo, giacchè spetta alla città nutrire i suoi poveri, che dir si ponno membri del suo corpo. Appoggiavano la loro decisione col citare gli editti dei medesimi decurioni, allorchè sette anni prima nella carestia eransi addossato siffatto carico, spendendo settantamila zecchini per mantenere gl’indigenti.