Furono usate grandi cautele per le bollette e le osterie nei villaggi e dovunque, affinchè non accadessero frodi, esibendo false bollette invece delle autentiche. Si proibì ricevere ne’ pubblici alberghi i pellegrini, come anche nelle terre i custodi dovevano, traverso i cancelli, gridar loro che si tenessero discosti, additando sentieri fuor di mano, seguendo i quali sarebbero pervenuti a taverne o casolari, dove loro accordavasi, secondo il diritto delle genti, ospitalità; ma segregati da qualunque comunicazione.
Fu interdetto di venire a Milano ai facchini e a tutti coloro che sogliono concorrervi dai monti e dalle vallate in cerca di lavoro, affinchè non eccedesse il numero stabilito de’ medesimi.
I fanciulli e le fanciulle derelitte dai parenti, e questuanti per le strade, non che i mendichi adulti, vennero presi e riuniti nell’antico edificio fuor delle mura, che dicesi la Vittoria, per ricordanza dei nemici ivi fugati ed uccisi, come lo comprovano le biancheggianti ossa che vedonsi anche oggidì nelle adjacenti campagne. Colà la squallida e sudicia caterva dei mendichi era alimentata a spese di S. Carlo[180], ed insieme istruita, non altrimenti di quel che si fece a’ tempi nostri all’ospizio della Stella. Anche il Lazzaretto di San Gregorio e gli altri secondari si riempirono durante quella peste.
Giova il fare simili raffronti, perchè apparisca unica differenza fra i due contagi essere stata la maggiore o minore credenza sul principio, ed il numero più grande dei morti, appunto per l’incredulità loro. Nell’ultima pestilenza non si credette finchè non fur visti i cadaveri condotti alla sepoltura; invece i padri nostri tennero per certissimi i primi rumori di peste, e si premunirono con quanti rimedj è concesso d’usare a’ mortali.
Spinsero le cautele fino a proibire la vendita in città de’ funghi, dei frutti e delle uve immature. Ordinarono che i conciapelli cessassero dall’arte loro, e non si educassero bachi da seta, affine di evitare il puzzo: i loro figli e nipoti gli imitarono, adottando essi pure eguali provvedimenti. Le cloache, le fosse, che oggidì per mezzo delle acque sotterranee assorbono, e via trasportano tutte le immondizie della città, ristaurarono se inservibili per vetustà, e ne aprirono di nuove laddove non esistevano.
Si lavorò, a quanto credo, assai più allora che durante la nostra peste, benchè si trovasse con istento il denaro occorrente. Esausto l’erario, il municipio trovavasi inoltre aggravato d’un debito per il regalo di duecento mila zecchini fatto al re, onde sostenesse la guerra contro i ribelli della Fiandra, nemici di lui e della cattolica religione.
Neppure s’incassavano le consuete imposte, con cui lo Stato sopporta i necessari pesi. Rimedio in tali strettezze fu un altro male, voglio dire i debiti, i pegni, ed il sussidio degli altrui denari, che produce sempre nuovi incomodi, perchè con simili ripieghi, non solo gli individui, ma popoli e Stati ricchissimi, credendo uscir d’imbarazzo, s’avviluppano miseramente, e con più danno, in lacci inestricabili. Soltanto che nello sbilancio de’ pubblici redditi ciascun uomo libero e indipendente lotta, dal canto suo, con energica costanza; e il male in tal guisa si va perpetuando insensibilmente, perchè le città non si ponno incarcerare per debiti.
I Decurioni in que’ giorni, giusta la consuetudine del Consiglio Generale, ogni qual volta dovettero a malincuore erogare alcuna somma per supplire alle gravosissime spese, ne resero pubblico conto, instando perchè l’erario ne sostenesse il carico. Dicevano ciò spettare al re per le antiche leggi; esservi l’esempio degli imperatori e degli Sforza; avere annuito Carlo V con decreto dell’anno 1529. A queste e simili rappresentanze fu risposto dai regi ministri, che lo stesso monarca era sopraccaricato di debiti[181], risposta spiacente e vergognosa per qualunque ministro, ma che non fe’ arrossire quelli d’un monarca, padrone dei tesori del nuovo mondo, e sui dominii del quale non tramonta giammai il sole.
I reclami del Consiglio Generale, ed i rifiuti dei regi ministri circa le spese, furono identici in ambedue le pesti, come già ho riferito. In entrambe le epoche si trovarono uomini che diedero in prestito denaro alla città, ed ebbero la gloria di sostenere la patria, la quale però, dopo la calamità, trovossi impoverita pei guadagni de’ prestatori. Immaginarono gli avi, imitati anche in ciò dai nipoti, di stabilire un erario separato per alimentare il popolo, raccogliendo denaro dai Luoghi Pii, senza chiasso, senz’interesse, ed altresì senz’incontrare ostacoli, poichè quello era una specie di patrimonio del pubblico.
Non saprei decidere se i nostri vecchi furono di noi più zelanti e splendidi nelle preci e nei voti per rendere propizio Iddio e placarne lo sdegno, imperocchè quelli non potevano mostrarsi più religiosi, e i posteri, traendone esempio, gareggiarono con essi. Fecero voti, visitarono supplichevoli per molti giorni, senz’interruzione, le chiese; decretarono tempj da erigersi ai santi avvocati contro la peste; innalzarono oratorj, instituendo anche feste e digiuni. E memori che nel 1524, infuriando con più atroce violenza il contagio in Milano, eransi alzate colonne colla croce nei quadrivj, perchè, ricordando l’acerbissima morte di Cristo, consolassero ed ispirassero coraggio agli afflitti del morbo, e insieme rappresentassero loro il pegno e la speranza dell’eterna salute, ristaurarono que’ trofei cadenti per vetustà, eccitando il popolo a tener fissi sempre gli occhi a quel segno, vincitore della morte e del demonio.