Coloro che rientravano in città, subìta la quarantena, non potevano uscire dalle loro abitazioni e vagare liberamente, ma per venti giorni dovevano rimanervi chiusi ed isolati. Il denaro trovato nelle tasche dei morti nelle capanne o che essi palesavano celato in qualche nascondiglio, era restituito ai loro congiunti da uno dei Decurioni trascelto a questo ufficio. Qualora non vi fossero congiunti o parenti, ereditava il pubblico. Eguale buona fede ed esattezza usavano i nobili col denaro depositato da molti, credendo inevitabile la morte, poichè, guariti, lo riavevano senza la minima perdita. Il Senato, perchè non riuscissero vane le ultime volontà dei moribondi, decretò fosse lecito a qualunque ministro o custode de’ lazzaretti scrivere e firmare testamenti, i quali sarebbero validi come se dettati con tutte le solennità notarili, e col tabellionato inscritti nei loro atti autentici. E per evitare che l’ignoranza non desse luogo a frodi più dannose dei raggiri legali, s’aggiunse al decreto che simili testamenti sarebbero nulli senza l’approvazione del Senato.
I lattanti, i bambini di fresco spoppati, e tuttora deboli, rimasti privi di genitori; infelici non solo per l’imbecillità dell’infanzia, ma perchè privi d’ogni sussidio, morivano nei letticciuoli stessi ove erano ancora caldi i cadaveri dei genitori, o superstiti per maggiore sciagura, traendo a stento la vita, avvoltolavansi per terra, senza che alcuno li raccogliesse. I proprj mali e lo spavento dei maggiori pericoli sovrastanti faceva sì che niuno badasse a quel vergognoso disordine.
Finalmente il Municipio vi rimediò, destinando un ampio edificio, nel quale i medesimi erano alimentati con materne cure, salvando questi sgraziati che parevano venuti in luce per tosto morire.
Balie, levatrici ed altre donne pietose e amorevoli, fungenti le veci di madre, che natura, madre comune, destina a fasciare e porre in culla il neonato che vagisce, quasi presago de’ mali dell’esistenza; tutte queste donne, madri ai figli dello Stato, furono a spese pubbliche e per cura dei nobili riunite in quell’ospizio, ove i derelitti bambini ebbero asilo. Il quale insieme colle nuove capanne che si dovettero innalzare pel numero degli appestati sempre crescente, mancando altresì paglia e legnami, costò cinquanta mila lire.
VI. Voto a S. Sebastiano. — Quarantena generale — Spurghi.
Il 23 ottobre i LX Decurioni, per la salute pubblica, fecero voto a S. Sebastiano martire, nostro concittadino, affinchè per le ferite aperte nel suo corpo dalle freccie, supplicasse Iddio a liberare Milano dal contagio. Il voto fu espresso colle seguenti parole:
«S. Sebastiano martire, nato in questa terra pel cielo, cittadino e alunno di Milano, che ne va glorioso, deh! pe’ meriti tuoi impetra grazia appo Dio onde abbia fine la pestilenza così fatale alla tua patria. Noi riedificheremo più grande e magnifica entro i quattro anni prossimi venturi la chiesa che i nostri avi dedicarono al tuo nome. Il primo giorno anniversario che ricorrerà della tua festa offriremo a detta chiesa un vaso di cristallo per riporvi, col debito onore, le venerande reliquie del tuo corpo che ivi si conservano, portandolo noi Decurioni, col clero e col popolo, confessati in prima e comunicati, perchè il dono sia vieppiù aggradito».
I Decurioni, affinchè tutti conoscessero le promesse con cui obbligavansi al santo, e la città sancisse il voto, chiamarono persone dai borghi che rappresentassero le loro parrocchie, talchè il voto fosse solenne ed a nome del pubblico: i sindaci annuirono per lettere.
Circa la forma e il modo del ristauro della chiesa, vennero delegati a proporla ed a farla eseguire Alfonso Gallarato, Giovanni Arcimboldo e Battista Visconti. Erano gli animi infervorati e per divozione al martire concittadino e per la speranza d’impetrare salute per intercessione di lui. S’aggiunsero altri voti i quali ignoro se oggi sussistano ancora tutti, e vengano con fedeltà adempiuti, ovvero siano caduti in dissuetudine, come si fece e si farà sempre, perchè gli uomini sono fraudolenti perfino col cielo; ed all’antico peccato dell’uman genere s’aggiunge pur quello d’ingannare i santi.
I Decurioni, annuente e consigliante il governatore spagnuolo, promisero inoltre, a nome dei Milanesi, d’instituire una confraternita di S. Sebastiano. Primo a inscriversi fu il marchese d’Ayamonte, governatore, colla moglie e i figli, poi i Decurioni, il Senato, i magistrati ed i nobili secondo i loro gradi. Le discipline e gli obblighi di questa confraternita non furono assoggettati a verun regolamento; ma lasciati in arbitrio della volontà di ciascuno, che far poteva le opere pie che più gli andavano a genio. Distribuire ai poveri qualche limosina; i più ricchi impiegare grosse somme in soccorso della pudicizia pericolante, massime se qualche nobile donzella trovavasi in simile rischio, seguire con torce la processione nella vigilia di S. Sebastiano, giorno in cui si trasportavano in Duomo le sue reliquie; lasciare dette torce ad usi pii, specialmente in raccogliere denaro per doti di fanciulle bisognose. Votarono altresì che il giorno dedicato al nome ed alla memoria del santo martire, sarebbe festivo in perpetuo pei Milanesi, esclusa ogni opera servile. In esso giorno si recherebbero coll’arcivescovo e il clero metropolitano alla chiesa di lui, portando i doni col rito e la pompa medesima, con cui la seconda festa di Pasqua si recano annualmente alla basilica di Sant’Ambrogio colle insegne di ciascun’arte, e lo stendardo dell’augustissimo pastore. Ultimo voto fu una messa quotidiana nella chiesa di San Sebastiano, da celebrarsi da un sacerdote eletto dalla città a nome di essa, e coll’onere di contribuire alla spesa della solenne funzione nell’anniversario del voto[191].