Si supplicò il cardinale arcivescovo che si facesse autore di questi voti, perocchè non sono validi senza l’autorità della Chiesa.
Frattanto il morbo, nè per umani rimedi, nè per divino soccorso rallentava, i redditi della città, le profuse elargizioni degli abitanti e fino le imposte forzose non bastavano alle spese giornaliere del contagio. Trovo scritto che a quell’epoca alcune persone diedero per uso pubblico, con ripetute largizioni, somme sì ingenti, che non lo crederei ove non facessero indubitata fede i registri. I più generosi in Milano furono Giacomo e Francesco d’Adda[192], i quali le ricchezze tramandate dagli avi, o raccolte colla propria industria, nobilmente impiegarono nel sostenere in parte le pubbliche gravezze, largendo denaro alla città o prestandolo senz’interesse, mentre cert’altri usuraj ne fecero vile ed esecrabile traffico.
Questi sussidj però non bastavano, e si trattò di vendere alcuni redditi pubblici per incassare trentamila zecchini. Ma non presentavansi acquirenti, sicchè dovette il governatore costringere alcuni ricchi ad impiegare il loro denaro in siffatta compera.
Il Senato diede vacanze al foro, scarcerò i prigioni per debiti, i senatori, deposta la toga, come dimentichi del loro grado, camminavano per le strade in veste succinta[193]. Fu poscia discusso tra il Senato ed i nobili del rimedio che nelle estreme angustie si ritenne sempre unico e più efficace, quantunque difficilissimo a mettere in pratica. Voglio dire, di tenere rinchiusa e segregata fino al quarantesimo giorno, che si crede il termine dell’esperimento contro i contagi, l’intera città come un individuo, e tante migliaja di persone quasi formassero un solo corpo.
La quarantena venne prorogata per l’enormità del dispendio e la scarsezza di quanto necessariamente bisognava somministrare alla moltitudine sequestrata. Temevasi inoltre che il popolo, stanco dello squallore e della solitudine domestica, senza pane e modo di vivere per mancanza di guadagno, cessati i lavori, sorgesse a tumultuare. Il disprezzo della morte che aveva di continuo sott’occhio, la vista dello stato in pericolo di ruinare per tanti mali, e la speranza dell’impunità potevano spingerlo ad ogni più disperato eccesso. Nondimeno si decisero ad intimare la quarantena generale: il 31 ottobre fu decretato che tutti si chiudessero nelle case, e proibito qualunque commercio e contatto e raccomunarsi pei bisogni giornalieri, se i cittadini volevano nuovamente godere la vita civile e la luce. Codesto rimedio contro la peste adottarono il governatore, il Consiglio Segreto, il Senato, il Tribunale di Sanità e di Provvisione, non che i LX Decurioni, i quali tutti, a nome del re e della patria, ne assunsero l’incarico a vantaggio della salute pubblica.
Sarebbe, aggiungevasi, una molestia di quaranta giorni, un isolamento necessario e salutare al tempo stesso. Niuno ardisse metter il piede fuori dal limitare della sua casa, e se trasgrediva il divieto, subirebbe gastighi, proscrizioni, multe, e quant’altro sogliono minacciare in tali casi i dominanti. A tutte le cose necessarie provvederebbe lo Stato.
Il decreto ebbe sollecita esecuzione; nel dì fissato ricchi e poveri rimasero in casa, e furono serrate tutte le botteghe, ad eccezione di quelle ove si vendevano commestibili. Ai poveri, le cui famiglie erano registrate in ogni quartiere, non mancarono i viveri e si conservano negli atti pubblici i nomi dei nobili che ebbero tale incarico nelle singole parti di Milano.
È la Misericordia una confraternita di nobili, che sotto un tal nome distribuiscono annualmente ventiquattro mila zecchini, se non che le morti e le calamità del tempo avevano sminuito d’assai tale patrimonio dei poveri.
Nell’oratorio della Misericordia riunivansi ogni giorno i delegati della confraternita a consulta per sciogliere i viluppi delle sempre nuove difficoltà che l’un l’altro esponeva. S’aggiunsero ai confratelli due nobili per ciascuna porta, e più ancora secondo che in questa o in quella parte di Milano maggiori erano le brighe. Quanto forniva il Municipio, recavasi dalle campagne, ovvero si comperava nelle botteghe, era deposto sul limitare d’ogni casa. Serrate tutte le porte della città, venivano ammessi coloro soltanto che recavano commestibili, e i quali, appena le avessero portate ne’ luoghi stabiliti, sia a privati sia a’ venditori, dovevano ripartire, esibendo le bollette. Nessuno di loro poteva pernottare entro le mura.
Formaronsi squadriglie d’uomini per andar in giro e comperare le cose necessarie: costoro avevano un permesso rilasciato dai nobili, affinchè niuno, per girovagare, si unisse impunemente alle squadriglie. I bottegai e i rigattieri stavano allo sbocco ed all’ingresso delle contrade e in mezzo di tutti i corsi, affinchè ciascuno de’ vicini abitanti potesse comprare frutta, vino e commestibili d’ogni sorta. A venditori furono condonate le solite tasse, rinunziandone il municipio l’introito a vantaggio degli acquirenti.