Le taverne, le dispense e le primarie farmacie rimanevano aperte per la vendita soltanto da terza al tramonto, con cancelli dinanzi e vasi pieni d’aceto, ne’ quali si gettavano le monete perchè l’acrimonia di esso liquido purgasse i metalli. Altri nobili, due per parrocchia, ebbero lo speciale incarico d’indagare e riferire su quanto accadeva in ciascheduna casa, notare i sintomi favorevoli o sinistri, i morti repentinamente, coloro che già disperati risanavano. Questi nobili conoscevano casa per casa, padroni, inquilini e lo stato loro, altrettanto come la propria famiglia; gli tenevano scritti in appositi elenchi, e ne facevano tutti i giorni la ricognizione coi medici, continuando a tenerli rinchiusi, ovvero mandandoli alle capanne, secondo il giudizio dei medici stessi.

Erasi lasciata alla loro prudenza facoltà di concedere il permesso d’uscire, qualora trovavano giusti gli addotti motivi, con obbligo però d’informare i superiori. Altri nobili delle primarie famiglie sorvegliavano il loro operato, investiti d’ampi poteri, fino a punire di morte gli uffiziali subalterni ed i quarantenanti, perchè quelli non trascendessero, come è loro costume, a’ furti e rapine, e questi non uscissero dalle abitazioni, vagando con pericolo della salute pubblica. Altri nobili finalmente s’adoperavano coll’autorità ed i consigli perchè ciascuno adempisse il suo dovere.

Il cardinale arcivescovo assoggettò ad eguale disciplina il clero, ingiungendo che ogni ecclesiastico rimanesse in casa, secondo le prescrizioni generali[194]. E colla santità e prudenza, virtù in lui esimie, stabilì che per evitare le funeste conseguenze dell’ozio nell’isolamento delle pareti domestiche, uomini e donne facessero orazione sette volte il giorno, al tocco delle campane[195]. Le quali preci, la messa quotidiana, giovarono a tener occupati gli animi in divoti pensieri e placare l’ira celeste.

Ai birri e custodi che già v’erano in Milano a cagione della pestilenza, s’aggiunse il banditore della città che ebbe speciale incombenza durante i quaranta giorni. Egli girava colla sua squadra, osservava le case, e se qualcuno usciva senza bolletta, con in mano una verga, minacciava istantaneo castigo ai delinquenti presi. Per le contrade eranvi forche alzate; il governatore offerse drappelli di soldati tedeschi a custodia delle singole porte; ma i Decurioni si scusarono dall’accettarli, perchè il Municipio, oppresso da tanti pesi insopportabili, non era in grado di supplire anche a siffatto dispendio.

Il marchese d’Ayamonte andò colla sua famiglia a Vigevano, conducendo seco alcuni dei primarj Decurioni del Consiglio segreto, i quali erano i suoi consiglieri intimi per gli affari. Investì d’ogni suo potere in Milano il presidente del Senato Rainoldo e Gabrio Serbelloni, distintissimi personaggi di quell’epoca, e superiori a tutti, il primo per sapere giuridico ed esperienza nell’applicazione delle leggi, l’altro per valor militare: entrambi per esemplarità di vita.

Gli annali dell’epoca tramandarono ai posteri il glorioso nome e l’inclite gesta del Serbelloni[196].

Colle esposte discipline si aprì la quarantena, che fu mantenuta sino al termine con maggior ordine e perseveranza che non a’ tempi nostri, giacchè, dopo incominciata, cadde poscia in disordine e venne abbandonata.

La intrapresero gli avi, ricorrendo ai santi, giusta l’antica consuetudine. Il senatore Castiglioni, cui nello scomparto della città era toccata la sorveglianza di Porta Vercellina, propose a’ colleghi di riunirsi nella chiesa di San Francesco, accostarsi alla mensa eucaristica e formare un comune peculio per soccorrere i poveri, facendo voto di fare lo stesso ogni anno, ad imitazione del voto fatto nel 1524, quando la peste minacciava d’un totale sterminio Milano e la Lombardia.

In tal guisa, attivata e proseguita la quarantena, si tennero gli uomini rinchiusi come animali velenosi entro le tane, affinchè, coabitando, non ispargessero il principio contagioso. Quando nelle case, divenute altrettante carceri all’esigliato popolo, manifestavasi sintomo alcuno del morbo, si spurgava ogni suppellettile, e tutti gli oggetti di cui l’uomo fa uso, e finanche ciò che rimaner poteva infetto per la presenza o per l’alito. L’arte di fare gli spurghi ebbe origine a que’ giorni in Milano, infausta gloria della medesima! Ed io la descriverò in questa luttuosa mia storia, non perchè n’abbino invidia le altre città, ma perchè giovar se ne possano, ed averne gratitudine a Milano, quando mai ritornassero codesti tempi, in cui s’acqueta fra gli uomini ogni gara.

La casa infetta veniva tosto contrassegnata, affinchè si evitasse come lo stesso contagio. Il cadavere dell’appestato asportavasi dai Monatti[197], e gli infermi, se ve n’erano, si conducevano alle capanne fuori della mura; gli scrigni poi, le casse e tutte le loro masserizie venivano poste in istrada o nella corte. Non s’apriva però o movevasi cosa alcuna se non in presenza di testimoni, e invitati coloro che vi avevano interesse. Il denaro trovato recavasi a Francesco Ornati, cassiere dell’erario pubblico, e rimaneva in deposito presso di lui, fino al tempo della restituzione. Abbruciavansi gli oggetti di poco o nessun valore, gli altri, previo elenco e marca, si consegnavano ai Monatti sporchi in separati fardelli, perchè li portassero ai lavacri, spurgandoli a tenore della loro qualità. Altri Monatti netti, entrando in casa, profumavano con storace, incenso e pece in gran copia l’inospitale dimora e le infette pareti; lavavano ogni parte con calce e ranno per staccarne e detergerne la peste. Mescolate due libbre d’incenso ed una di pece, gettavasi sul fuoco, e il salutifero vapore spargevasi per tutta la casa. Sulle robe che si portavano alle fonti per lo spurgo, era scritto sopra il nome del proprietario; gli stessi Monatti, poste sopra pali le schede dei nomi, le mostravano poscia ai padroni cui dovevano restituirsi le robe o qualsiasi altra merce.