Le case con tal metodo spurgate furono 8953; le famiglie 4066, la spesa del municipio negli spurghi e suffumigi, oltre quelli sostenute privatamente da coloro cui interessava di mantenere nette e le abitazioni e le suppellettili loro, salirono a 120,000 lire[198].
I cocconi che i bachi da seta, finchè sono entr’essi chiusi, tessono e spalmano colla loro saliva, turpe e fetida officina di vermi che dà in seguito sì gran lucro e splendore agli opificj della città, venivano collocati sopra bacini, e sottopostovi carboni ardenti con aggiunta una mistura, temperavasi col vapore e col fumo il nauseante puzzo dei medesimi onde non fosse nocivo.
Le stoffe poi e le vesti di seta gettavansi entro una caldaja in cui bollivano erbe medicinali; il luogo dell’operazione chiudevasi tutto all’ingiro, perchè quel fumo e calore dispendioso senz’alcun frutto non si dileguasse per l’aria. In egual modo spurgavansi i giojelli d’oro e d’argento, tutte le vesti di bambagia e di lana, qualora non fossero già inzuppate d’olio, immergevansi in quel bollente liquido, poi nell’acqua fredda ripetute volte, forzando così a staccarsi la sanie che avessero per l’addietro assorbita.
I manipoli di canape o lino infetto ponevansi nelle acque correnti e vi si lasciavano tre giorni. Tutte le stoffe si ritenne bastante profumarle con fumo odorifero; le pelliccie, se di poco conto, gettavansi al fuoco, se no venivano seppellite in botti con calce: quando poi esigevano, pel molto prezzo, maggior cura, messe in un ordigno movibile, si facevano girare sopra un recipiente di legno riscaldato con suffumigi, perchè non si guastasse la morbidezza e il lucido dei peli. Con queste cautele si conservavano le pelliccie, evitando il pericolo che in simili oggetti di mollezza e di lusso s’occultasse la peste. I codici, registri, le librerie, quante carte eranvi presso gli speziali, gli albergatori, i causidici e i medici, i cuoj, le piume, la borra, stramazzi e letti, quadri, metalli, e checchè altro serve alla vita, agli studi o ai piaceri degli uomini, veniva esposto prima all’aria salubre ed a cielo sereno, purgato e asterso più volte con liquidi e profumi. E si rinvenne l’arte di non guastare tali cose nello spurgo, giacchè provvedendo alla salute, si voleva conservare ciò che abbellisce l’esistenza.
Spese il municipio 24,000 lire nell’acquisto dell’area e luoghi circostanti per innalzare le lavanderie, e nella fabbrica di esse. Due genovesi, Spinola e Gianfoglieta, mostrarono una splendidezza d’animo pari a quella dell’ammirabile loro concittadino il Lomellini, che a’ giorni nostri largì denaro con tanta profusione, da offendere la modestia dei beneficati, a segno che solo gli uomini senza pudore ricevevano soccorsi da lui[199]. Que’ due genovesi regalarono essi pure denaro al municipio, e comperate vettovaglie nel territorio lodigiano, le introdussero in Milano, vendendole ai poveri all’egual prezzo dell’acquisto, rinunziando in tal guisa ad una città, cui erano estranei, il guadagno proprio e degli avidi rivenditori. Le parrocchie urbane, emulando questa munificenza, e vergognando di lasciarsi superare in generosità da forastieri, invece di dar loro l’esempio, assunsero l’impegno di mantenere ciascuna i suoi poveri, addossandosi ripartitamente il peso che gravitava sul municipio.
Con queste largizioni de’ cittadini e degli estranei, proseguiva la quarantena; e non era ancora giunta a metà, che s’incominciò a provarne gli effetti salutari ed un sollievo crescente, che l’alternarsi del morbo rafforzava ogni dì le speranze. Notabile differenza tra i due contagi che la nostra peste non scemò fino all’ultimo, mancando le risorse dei magistrati, la pazienza e la sommessione del popolo.
Nè soltanto perseverarono i nostri avi nell’intrapresa quarantena, ma giunti quasi al suo termine, la ricominciarono per altri quaranta giorni, affine d’esplorare più intensamente l’insidioso morbo, sempre fallace, e che a guisa d’implacabile nemico sprezza le tregue e fino la pace conchiusa. Così ordinava lo stesso governatore, ritirato a quel tempo in Vigevano, e cui avevano scritto i Decurioni tornare salubre tutta la città e scomparire la peste.
VII. Donativi di Casalmaggiore.
Il municipio fece una nuova vendita per lire 300,000[200] delle sue gabelle, costringendo, come nella prima, i privati a farne acquisto, sotto condizione che sarebbe allo stesso facoltativo in perpetuo, restituendo il denaro, di ricuperare ciocchè le urgenze del momento l’avevano costretto ad alienare. Le città provinciali e villaggi vicini gareggiavano coi lontani in zelo e munificenza verso la metropoli, ad esempio delle antiche colonie che inviarono a Roma coppe d’oro per alleviare il meglio che potevano le ristrettezze dell’impero.
Casalmaggiore spedì mille botti di vino[201], con un delegato che lo offerse in dono al nostro Consiglio generale con ornate parole. «Sanno i Casalaschi, diss’egli, che Milano, loro capitale e dominante, scarseggia di viveri per nutrire tante migliaja d’indigenti dalla peste, tenuti rinchiusi nelle case e privi d’ogni lavoro». Laonde mandavano quel vino raccolto nelle lor campagne come un tributo, ed altri ne spedirebbero raccolti o procurati altrove. Pregavano a ricevere con aggradimento il vino, non pel suo valore, ma apprezzando il buon animo di quelli che l’offerivano, secondo fece il senato e il popolo romano colle sue colonie, come attestano gli antichi monumenti.