Sul finire del 1576 Milano si ritrovò libera dal contagio, e i suoi abitanti, sgombri i sospetti e rassicurati, ripresero le ordinarie occupazioni della vita. Si trattò di dichiarar sana la città, ad istanza del senatore Magenta, successo al Brugora come presidente della Sanità, e impegnatissimo che durante l’anno del suo regime si abbattessero tutte le capanne, non lasciando alcun vestigio di que’ funesti ricettacoli.

S’aspettò il giorno di S. Sebastiano, nel quale, con decreti e per mezzo dei banditori, fra il giulivo rimbombo delle campane e le salve d’artiglieria, con giubilo universale fu promulgato essere la città di Milano, per la divina clemenza, per favore della Beatissima Vergine, dei Santi, e massime del martire concittadino S. Sebastiano, libera di peste, e riaperto il commercio colle altre città. D’ora in poi era in facoltà di tutti l’uscire e l’entrare nelle case, godendo la pristina libertà, l’aere e la luce del cielo comuni agli uomini. Quel giorno venne festeggiato dai Milanesi, che rinascevano alla vita civile; sopraggiunta la notte, l’intera città venne illuminata; splendevano i lumi sui balconi, le finestre, i comignoli dei tetti, sulle piazze e per le vie in grandissimo numero, talchè pareva risplendesse il sole in pien meriggio. Raccontarono i superstiti, a noi nipoti, che non videro mai giorno più clamoroso di quella notte di S. Sebastiano, perchè l’intera popolazione, sopravvissuta al contagio, girava per le vie, ringraziando con vociferazioni di gioja il santo protettore; squilli di trombe e musicali stromenti risuonavano in ogni parte.

Queste cose si fecero in Milano nel 1576, epoca memoranda, perchè reggeva la nostra Chiesa l’immortale San Carlo. Egli soccorse il popolo durante quella strage col fervore ispiratogli dal cielo, colle fatiche e la pietà del clero da lui istruito, degli Ordini religiosi, e specialmente col sussidio de’ Padri della Compagnia di Gesù, religione che sparse dappoi sì gran luce nella Chiesa, ed istruì nelle scienze, nelle lettere, ne’ buoni costumi tante lontane genti, e che allora ne’ suoi primordj si rese benemerita di S. Carlo e di Milano[207].

VIII. Nuove particolarità intorno i Presidenti della Sanità nel contagio del 1630. — Si accenna il gran numero degli altri Magistrati.

Esposi quanto riscontrasi fra le due pestilenze di simile, in guisa che si confonderebbero in una sola, e quanto v’ha di diverso e non paragonabile in alcun modo. Ora mi si presenta un fatto segnalatissimo, non attribuibile al mero caso, bensì alla non interrotta successione delle più cospicue famiglie di Milano, dalle quali, come da perenne sorgente, escono personaggi idonei alle più illustri magistrature. E fia giocondo, nel luttuoso racconto, contemplare, nella cessata peste, i figli ed i nipoti de’ nobili sostenere le cariche medesime che i loro padri ed avi sostennero nel precedente contagio, il che apparirebbe ov’io ne ricordassi i singoli nomi.

Il presidente della Sanità, nel più fiero imperversare del morbo, del quale rimase vittima, fu, come già dissi, Antonio Monti, figlio e pronipote di senatori, e fratello del cardinale arcivescovo che in oggi, con tanta gloria, regge questa Chiesa[208]. Il re nominollo senatore appena toccò l’età prescritta, e pei meriti della famiglia e per le chiare sue virtù.

Bello e dignitoso della persona, d’ingegno elegante, egli morì sul fiore degli anni, e fu lagrimato non solo dal popolo, che lo amava, ma dagli stessi grandi. Spenta l’invidia, cresceva il dolore per non avere lasciato figli, ed accusavasi l’egregio giovane di ciò appunto che forma l’elogio e la sua gloria, voglio dire della generosità con cui si gettò fra i pericoli della peste, affrontando impavido la morte pel bene del suo paese.

Prima del Monti, fu presidente della Sanità, nei primi mesi del contagio, il senatore Arconati[209], maggiore d’età, non però ancor vecchio. Pieno anch’egli di compassione per le sciagure di Milano, vi provvide con zelo, non temendo una morte vicina, cui isfuggì per allora. L’Arconati riassunse il terribile ufficio, affrontandone intrepido tutti i rischi; imperocchè, morto il Monti, il Senato lo pregò e scongiurò ad accettare, benchè contro la regola, la presidenza del Tribunale di Sanità, non essendovi alcuno più idoneo di lui. Accettò, e fu vittima della peste, lasciando desiderio di sè ne’ concittadini, i quali, istupiditi dallo spavento e dal male, pur ne lamentarono la perdita. Ma più vivo si fece il dolore, allorquando, cessato il flagello, si fecero a noverare tutti i sofferti danni.

Nobile e rinomata famiglia è l’Arconati; ma quand’anche tale non fosse stata, ei solo l’avrebbe resa illustre, sì grande era la perizia di lui nelle leggi, l’affabilità dei modi e la beneficenza. Passato per tutti i gradi dei minori impieghi, era divenuto senatore e presidente: la furiosa peste mietè quest’altro fiore della patria nostra.

Gli altri che succedettero a capo del Tribunale di Sanità, zelavano d’emulare il nome e la gloria dei predecessori; se non che mancò loro l’occasione di distinguersi. Imperocchè, venuti in carica in sul finire della pestilenza, ebbero a lottare colla scelleraggine dei Monatti e coll’avarizia e il sucidume de’ poveri, affinchè, nascondendo i cenci e sottraendo abiti, camisce, coltri, biancheria e quant’altro dovevasi abbruciare come infetto, non mantenessero vivo il principio contagioso. La spilorceria di quei miserabili diede in sulle prime molti fastidj al presidente Visconti, che rivolse ogni cura a punirli, e reprimere uno sfacciatissimo traffico di simili oggetti esercitato da molti occultamente ed anche in pubblico con insulto della divina clemenza, e nuovo danno dello Stato.