Discendeva questo senatore dagli antichi duchi di Milano, e diede splendida prova de’ suoi generosi sentimenti in questa vile trattativa, perocchè coll’autorità del nome ed il terrore de’ castighi, impedì che la peste ripullulasse pel contatto de’ cenci. Dottissimo in diritto civile, consideravasi, all’età nostra, qual emulo di Scevola, di Paolo e degli altri famosi giureconsulti, i quali, coi loro rescritti e responsi, compilarono le leggi nei bei tempi della latinità.
Egual fama tra i dotti godeva il presidente Bescapè, il quale, ripullulando il morbo sul lago di Como, allorchè tutti credevansi sicuri, l’estirpò dalle radici, impedendo ogni commercio agli abitanti. Uomo austero e rigoroso, di animo e di corpo indomito, non senza ragione i letterati lo paragonarono a colui che gli antichi con greca parola dissero avere viscere di ferro. Ammansò i Cremonesi, essendo loro pretore, ed accusato presso il censore regio, venne assolto dal re, non senza vergogna de’ suoi accusatori.
Religioso, prodigò denaro per innalzar tempi e istituire messe quotidiane, assegnando annui lasciti per la manutenzione. Egli spese alcune migliaja di zecchini per fabbricare una chiesa nel villaggio di Bescapè, cognome della sua famiglia. La quale risale fino ai tempi degli apostoli, e fu così appellata perchè i maggiori concessero in Roma uno spazio di terreno a Papa Cajo per edificarvi la Basilica di San Pietro.
Tali egregi presidenti di Sanità ebbe Milano durante il triennio della peste.
Io compilerei un volume se volessi riferire i nomi e i titoli dei Decurioni e degli altri magistrati che li sussidiarono; e non riuscirei ancora a raccoglierli tutti. Immane lavoro! e d’altronde sorgente d’odio e di invidia per coloro che fossero obbliati.
Così il poeta Omero, sconfidando di enumerare le schiere e i duci venuti alla guerra di Troja, invocò nell’Iliade le muse perchè le noverassero. Avessi io ingegno e facondia maggiore! che ricorderei non solo i nomi di tutti i nostri magistrati, ma il coraggio, le opere esimie, la gara di carità tra loro, e le morti. Rimasero fermi in Milano, frammisti ai cadaveri; si recarono nei villaggi e nelle provincie appestate come se andassero alle proprie ville; presero cura de’ sepolcri; andarono legati nel campo; nè badarono a dispendio per sovvenire ai pubblici bisogni.
Lode e gloria agli altri cittadini, ai mercanti, ai ricchi popolani ed alla minore nobiltà, la quale meno chiara ma più ricca sovente delle primarie famiglie, la imita ne’ vizi e nelle virtù, e gareggiando con essa specialmente in questa città, diede egregie prove di sè durante la pestilenza. Se non che m’è forza tacerne i nomi, perchè troppo numerosi, come già disse un geografo parlando delle isole del mare Egeo; quantunque meritino d’essere ricordate. Furono gli accennati che assunsero il regime dei lazzaretti; nutrirono i rinchiusi, e mantennero l’ordine in que’ ricettacoli della morte con provvide discipline. Nell’eseguire i comandi de’ sommi magistrati, giovarono assaissimo non solo colla prudenza e industria loro, ma altresì col denaro, che era in que’ giorni, fuori di dubbio, il perno d’ogni cosa.
IX. Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio.
In codesta gara di magistrati e cittadini zelanti di salvare la patria dall’eccidio, e nella gara pur anche de’ mercadanti di eseguire con zelo e fedelmente gli incarichi loro affidati in quel regno della peste e della morte, sovrastava a tutti per poteri e vigilanza il Senato, cui lo stesso monarca investì dell’autorità e grandezza del suo nome. E fu buon consiglio l’affidare il potere sovrano a quest’ordine, per tenere in freno le umane ambizioni e le altre magistrature, affinchè non ardissero venire con lui a contesa di supremazia. I membri del Consiglio Generale vigilarono quai scolte della salute pubblica, sovvenendo con inesauribili sussidj la popolazione affamata e moriente; i Senatori s’adoperarono contro gli Untori ed il terrore de’ veneficj. Nei giudizj e nelle pene inflitte usarono tanta moderazione e pietà, che, se esistè realmente in Milano questo delitto delle unzioni, non poteva il Senato agire con più clemenza di quel che fece, inviando a morte i rei, invece di farli sbranare dalle fiere e dai cani. Se poi non erano che sospetti e indizi di tale misfatto, grandissima fu la previdenza dei Senatori medesimi nel punire i principj delle scelleratezze che simili mostruosi sospetti lasciavano travedere[210].
I Senatori Picenardo e Aria trattarono il processo delle unzioni. Fu il primo interprete di diritto in una cattedra dell’università Ticinense, e godeva anche presso le altre università gran fama per la sua dottrina; creato senatore, indi presidente del Magistrato Ordinario, e infine reggente del Consiglio Supremo per gli affari d’Italia a Madrid, il re, attesa la sua vecchiaja, gli accordò il riposo in patria. L’Aria, ancora in età giovanile, era paragonabile, per ingegno e per indole, al vecchio collega, e mi fu largo di notizie mentr’io scriveva le guerre di questa età, talchè, mercè di lui, potei nella mia storia estendermi sì nelle politiche deliberazioni, che nel racconto degli avvenimenti e nella spiegazione di molti fatti importanti.