Entrambi i lodati Senatori continuarono nel proprio ufficio, non atterriti dalle stragi e neppure dai casi dei loro famigliari, che vennero unti dai medesimi inquisiti.

Era presidente del Senato a que’ giorni Giovanni Battista Trotti, figlio del senatore Camillo e nipote di Luigi, il quale godeva l’intima confidenza di Francesco Sforza, in modo che lui solo adoperava per gli affari del ducato ed i pubblici consigli. Così leggesi di lui nella lapide che il presidente Giovanni Battista, per ricordo de’ suoi maggiori, fece collocare all’avo ed al padre quando ristaurò e ornò la cappella di sua famiglia nella chiesa di San Marco[211]. Uscito il Trotti da sì illustre stirpe, conscio di quanto doveva al pubblico ed alla memoria avita e paterna, sosteneva con ansiosa sollecitudine il grave peso addossatogli dal re, non solo per salvar Milano, ma per conservare il lustro del Senato, conseguendone egli meritata lode. In mezzo a tanti pericoli, fra le continue stragi de’ cittadini, udendo ogni giorno la perdita di qualche magistrato, e scemando il numero dei Senatori per la morte d’alcuni tra essi, spenti quasi tutti i suoi servi, il Trotti non pose quasi mai piede fuori dalla città. E siccome egli si mantenne sempre fermo al suo posto, così esortava i Senatori senza tregua a non assentarsi. Diceva che il Senato non solo fungeva le veci del re, ma ne portava anche il nome; che da Milano dipendeva la sicurezza e la tutela delle altre città e provincie, che gli imperatori avevano sempre avuta cura di essa e per inviarvi gli opportuni sussidj, e per trarne altri non minori, onde valersene contro i nemici loro e della cattolica religione. Queste ed altre cose in Senato o ne’ giornalieri convegni che aveva in sua casa, perorava il Trotti, alto di statura, grave di fisonomia, e per raro dono di natura o di temperanza, conservante anche vecchio la floridezza del viso. Ho veduto lettere a lui scritte dal segretario Carnerio, nelle quali a nome del re lo pregava che scrivesse per intero la sua opinione circa l’origine del contagio e l’affare degli untori, poichè a Sua Maestà interessava conoscere checchè egli ne pensava[212].

X. Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la città.

Fra tanti meriti de’ cittadini e magistrati verso l’afflitta metropoli, fra tante fatiche e rimedj divini ed umani adoperati contro la peste, e i voti e il supplicato favore celeste, unica speranza a’ Milanesi fu sempre S. Carlo, cittadino e padre, gloria e splendore perpetuo di questa patria. Gli abitanti superstiti, quasi risorgessero dal comune sepolcro, credettero che Milano sarebbe perita, ove il santo Arcivescovo non l’avesse salva, intercedendo appo Dio e la Vergine e i Santi la ricuperata salute. La fama di questa grazia si disparse tra le estere genti, accrescendo anche nelle loro contrade la divozione a S. Carlo. Gli stessi principi volsero l’animo a lui, dispensatore dei favori divini, e il Re di Spagna[213], divotissimo del Santo, ordinò che si ultimasse l’arca di cristallo per riporvi il corpo di lui. Erasi incominciata già da trent’anni, ma il lavoro procedeva lentissimo e con interruzioni.

Il sesto anno dopo cessata la pestilenza, l’arca fu compita, miracolo d’arte e di natura, immagine del sole, degna di racchiudere quel luminare di santità, esposto all’ammirazione dell’accorrente popolo.

Ed io, mentre m’affanno a narrare guerre, casi funesti, sanguinosi dissidj di re, principi congiurati a danno dei cattolici; e lo Stato e la Chiesa nostra sconvolta di repente dall’insolenza dei Confederati. Mentre raccontava la funesta irruzione dell’inimico, la fuga dei Francesi, e la tomba che molti di loro qui trovarono[214]; mentre il mio lavoro storico[215] lentamente progrediva, mi sono assai ricreato nel vedere l’incredibile maraviglioso spettacolo dell’ultima solennità di S. Carlo, tale che l’età trascorsa non vide, nè la ventura ammirerà forse più mai. Contemplai in Duomo l’arca donata da S. M. Cattolica, e la quale non avrebbesi potuto con alcun principesco tesoro ridurre siffatta, se Iddio non faceva scoprire altre ricchezze di natura a ciò adatte.

Accorsero gli abitanti dei borghi e villaggi, e quel giorno in Milano convenne infinita gente dalle provincie e dalle città finitime.

Il governatore comandante gli eserciti accompagnò la processione in mezzo al clero, cessando pel momento dalle cure di guerra. Tante migliaja d’armati a lui sommessi sostarono, chè l’ispano Marte imponeva tregua all’istinto guerresco, che spinse gli altri popoli forsennati alle armi ed alle stragi. Vedemmo i demonj uscir frementi dall’inferno, e questi, rabbioso e disperato per il grandioso trionfo della Chiesa, riscuotersi in pubblico e tremare.

Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, non solo terzo successore, ma quasi un nuovo Borromeo, ne celebrò dal pergamo con apostolico zelo l’elogio.

Le quali cose, parendo a me degnissime di venir ricordate in questo Libro, aggiungo il seguente: