FRAMMENTO DELLA MIA STORIA In cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la solenne Processione fatta in Milano il 4 novembre 1638.

Il governatore di Milano Diego Gusmano, speso che ebbe l’autunno in grandi apparecchi e in spedizioni militari di poca importanza, stabilì di ritornare in città, perchè essendo prosperamente avviati gli interessi del suo re, voleva, a nome del medesimo, onorare i Santi con solenne omaggio. Avvicinavasi il giorno nel quale la Chiesa milanese festeggia l’anniversario di S. Carlo con zelo de’ cittadini e tra il concorso de’ forensi, sino dal tempo in cui papa Paolo V, ad istanza specialmente del Re di Spagna, annoverò fra i Santi il Borromeo.

Quell’anno, 1638, accresceva la celebrità e la gioja della festa il donativo reale dell’arca, paragonabile ai monumenti degli antichi monarchi egiziani: depostevi le reliquie del santo Arcivescovo in mezzo all’oro, all’argento, a lucentissimi cristalli, dovevasi trasportare con isplendida pompa per le contrade, mostrando agli abitanti il loro avvocato e consolatore.

L’aveva ordinata il cardinale arcivescovo Monti, fra le altre espiazioni, per placare l’ira celeste durante l’attuale guerra, aprendo l’animo a speranza che i meriti di S. Carlo e le preci del popolo mitigherebbero Iddio, affinchè ispirasse a’ belligeranti re pensieri di pace, ad ottenere la quale s’adoperano a tutto potere anche gli umani mezzi.

Il governatore doveva intervenire alla funzione, e per ordine espresso del sovrano, e perchè il pubblico ad una voce l’invocava. Incitavalo pure l’ingenita pietà, e il desiderio di far onore al donativo del suo re, cui egli aveva cooperato a far terminare.

L’idea dell’arca nacque sendo governatore il Velasco, che pel primo raccomandò al re le reliquie di S. Carlo, e tanto fece, che ottenne alcune migliaja di zecchini per darvi mano.

Ma i successivi governatori, benchè durasse la pace, lasciarono andare in obblio l’ordine reale, nè più si pensava all’arca. Il Gusmano alfine, in mezzo alle sue guerre e vittorie, ed all’incerta condizione dello Stato, invocando il patrocinio di S. Carlo, instò perchè si terminasse, collocandovi le reliquie di lui. E fu compiuta per l’autorità sua e del cardinale Monti, il quale, zelante della gloria dell’illustre antecessore, spronava i ministri regi ad eseguire, dopo sì lungo tempo, i sovrani comandi. Egli stesso istruì gli artefici intorno la forma, e gli ornamenti dell’arca, esperto come era nelle belle arti per ingegno, e per studi sull’antichità; laonde gli intelligenti opinano che sua mercè sia riuscita più vaga ed elegante.

Tale è infatti, nè sarebbe bastata qualunque somma, se Iddio, per onorare il suo Santo, e dar premio alla munificenza del regio donatore, non avesse infiammata la mente degli artefici, i quali superarono in questo lavoro sè medesimi. L’arca risplendeva veramente come il sole: pezzi di cristallo d’inusitata grandezza e lucidità, furono rinvenuti per bontà divina, e narrerò un caso che somiglia a miracolo, non già come s’usa per accrescere pregio a portentosi lavori, ma sibbene per tramandarlo ne’ miei annali colle altre vicende dell’epoca.

Allorquando venne governatore in Milano il Velasco, due artefici, cui erasi allogata la costruzione dell’arca, fecero entrambi un sogno la stessa notte; che in certe caverne, framezzo le rupi, giacevano pezzi stragrandi di cristallo di monte opportunissimo per eseguire un lavoro che restasse splendido monumento fra i tesori del Duomo. Erano i suddetti artefici Francesco Cingardo e Angelo Benzoni, i quali, informato il governatore, recaronsi per suo ordine a Gliciga in Valsesia, i cui monti avevano visti nel sogno. Ivi, per gli indizi ottenuti da un mandriano che lì presso custodiva il gregge, rinvennero i massi di cristallo stragrandi e di tale lucentezza, che in nessuna officina eransi mai ammirati gli eguali. Questo s’aggiunge di portentoso, che nel segare que’ massi e pulirli, non vi si trovò macchia, mentre per solito ne’ cristalli destinati ad usi profani rinvengonsi sempre scabrosità, corpi opachi e altri difetti; come anche non di rado si scheggiano nell’ispianarli.

Descriverò l’arca giusta il disegno a matita degli autori; ma dirò in prima l’impressione che fece su me e su tutti, quando ancora vuota fu esposta al pubblico. Ammiravasi la materia preziosa e la bellezza del lavoro; ma dopo che fuvvi deposto il sacro corpo, visibile in essa, ispirò sensi divoti ed una specie di religioso terrore. Imperocchè, quasi da un globo ardente o da una fonte di luce, scaturiva dall’arca un sì sfolgorante luccicore che abbagliava, forzando a chiudere le palpebre quanti vi tenevano fissi gli occhi. I cristalli, le lamine d’argento rappresentanti umane figure ed altri oggetti, formavano un bellissimo contrasto d’ombre e di luce; abbellendo l’unità del concetto con vaghi accessorii, che i soli artefici sanno ben distribuire; le quali cose piacevano all’occhio e deliziavano l’animo. Nè la meraviglia era scevra d’un certo terrore: la brama di scrutare ogni parte dell’arca veniva rattemperata dal rispetto, le quali diverse sensazioni erano soavi, e vieppiù eccitavano i desiderii. Tutti gli spettatori rimanevano estatici, e quando era forza scostarsi per dar luogo ad altri, la seguivano cogli occhi. Udivansi risonare ad una voce dai cittadini e dagli stranieri le lodi del re Filippo per sì ricco donativo, e augurj di lunga vita a lui, e di prosperità all’Impero, all’austriaca stirpe, al nome spagnuolo. Anche le donne gridavano evviva ai re stranieri ed ai nostri principi.