Giulio Cesare avendo passato la sua gioventù in mezzo ai vizj, vagheggino, bellimbusto elegante fino all’effeminatezza, fino a temere di turbare l’acconcia disposizione delle non spesse chiome, soffregandosi il capo con un dito solo, stando all’espressione di Cicerone; seducente a tutte le donne e amante riamato, aveva conosciuto il cuore umano e tutte le classi della società nei loro più intimi penetrali; indebitato fino agli occhi, aveva dovuto aggirarsi fra i turpi usurai di piazza, e colà scontrarsi e col veterano accattone e coi falliti e colle ombre, e approfondire altre terribili piaghe. Colla bacchettoneria di Catone non avrebbe mai potuto pescare si profondamente in quel torbido mare della feccia di Romolo.
Ecco perchè non conveniva spogliare Giulio Cesare di quegli errori e di quelle colpe che lo abbassarono fino a livello de’ più bassi mortali; ecco perchè conveniva dir tutta la verità anche ad onta che l’eroe dovesse sembrare talvolta uno scellerato. Inoltre l’ex Imperatore, per le sue ragioni, scrisse una storia dove si racconta e si discute, non si drammatizza. Esso poi non tenne conto di quelle intime cagioni che, apparentemente piccole, sono spesso i fattori dei più grandi avvenimenti.
Nel suo libro, perchè non è libro d’arte, ma di scienza storica, le figure non han rilievo, tra la moltitudine di esse non v’è prospettiva aerea; di più, Roma non si vede che in piazza e, per così dire, nelle ortografie degli edifizj. Ciò adunque che noi ci proponiamo è di vederne gli spaccati, di penetrar nelle case, di considerare il più grande dei Romani nei più minuti particolari della sua vita, limitandoci per ora alla sua gioventù, perchè è la parte più drammatica, perchè ci dà il modo di conoscere in tutta la loro varietà i costumi romani, e perchè ci offre ovvie le occasioni di ritentare alquanti problemi storici che lo scettrato scrittore sciolse alla sua maniera e troppo da sovrano.
I. IL TRIONFO DI POMPEO E L’ADOLESCENTE CESARE.
Correvano le none di maggio dell’anno di Roma 672, corrispondenti al giorno 7 di maggio dell’anno 82 avanti Gesù Cristo. Era il giorno statuito per il trionfo di Pompeo reduce dall’Africa, dove in soli quaranta giorni aveva debellato e ucciso Domizio, fatto macello di ventisette mila uomini, soggiogata la Libia, portata la strage persin tra i leoni e gli elefanti, e regolate le faccende dei re ostili ai Romani: per le quali cose era stato acclamato imperatore dai soldati, pur essendo egli di soli 24 anni. Senza parlare dei dotti che avranno letto gli annali di Fenestrelle e i commentarj Sillani e le vite di Oppio e le monografie di Teofane, di Mitilene e di Posidonio, chiunque ha scorso Plutarco saprà come quel trionfo gli era in prima stato negato da Silla, perchè la legge portava che nessuno potesse trionfare se non fosse già console o pretore. Ma Pompeo che faceva l’umile allorchè tutti lo esaltavano, e saliva in orgoglio se altri gli contrariasse, avendo avuto la millanteria di dire nell’adunanza istessa ove trovavasi il dittatore, che gli uomini adorano il sole che nasce a preferenza del sole che tramonta, con quell’insolita audacia percosse talmente colui, che pur sembrava un dio assai più che un re, e un dio crudele, da farlo prorompere in quelle parole:
— Ebbene trionfi, trionfi, trionfi.
Ma Silla prima aveva avuta l’imprudenza di dare l’appellativo di Magno al giovine Pompeo, forse perchè nell’assiduo altalenare dell’umor suo, tormentandolo i pidocchi meno del consueto in quel punto, e sperando di guarirne, erasi sentito trasportare alla bontà ed all’entusiasmo.
Così dunque venne decretato il trionfo.
Nella prima parte della mattina, che i Romani chiamavano diluculum, il campo Marzio era tutto occupato dalle soldatesche reduci dall’Africa. Il campo Marzio, il quale era situato in modo da invadere parte dell’area dove dopo Cesare fu il circo agonale ed oggi v’è la piazza Navona, era come il dietro le scene, dove apprestavasi tutto ciò che, nell’ora che chiamavasi mane ad meridiem, doveva passare in processione lungo la via trionfale sotto gli occhi del popolo romano. Alla quadriga in cui doveva sedere il Magno Pompeo erano già aggiogati quattro elefanti, chè così egli aveva voluto, disdegnando i cavalli; ma gli apprestatori del trionfo e della sua parte decorativa essendosi accorti che que’ quattro enormi bestioni non potevano passare per l’arco posticcio stato eretto all’uscita del campo Marzio, mandarono tosto due centurioni veterani alla casa di Pompeo per avvisarlo dell’inconveniente.
Il giovane ventiquattrenne stava nel suo cubicolo; sul letto, poco più alto del pavimento, coperto d’una gran pelle d’un libico leone che egli stesso aveva ucciso, era apprestato l’abito trionfale, fatto di porpora, il quale veniva chiamato toga picta, ovvero tunica palmata; v’era pure una corona d’alloro, e un ramo d’alloro. Traducendo quell’intima scena romana nel più umile volgare moderno, quella stanza del magno eroe pareva il camerino d’un tenore serio celeberrimo, che ripetendo sotto voce la grande aria di sortita, presenta già gli applausi strepitosi del pubblico in delirio.