E fu innanzi all’alta porta, che trovò spalancata e senza ostiarii. Non ci pensò. Svoltò allora e girò nell’interno recinto e balzò dal cocchio, lasciando le redini all’auriga. Fatti alcuni passi e non vedendo comparir nessuno (chè di solito, come ognora vedevasi nei palagi dei ricchi patrizii, una folla di servi ingombrava gli atrii interni), stette sopra di sè un istante, e percorrendo gli atrii e le stanze terrene anteriori e non scorgendo anima nata, si sentì tutto cosparso di un sudore gelato; e penetrò nelle stanze più interne, e di porta in porta venne a quella di Aurelia.
Ella giaceva sul proprio letto, immersa in un lago di sangue. Vedevasi a terra una daga. Aurelia era avvolta nel peplo: nella sinistra teneva la toga di Cetego; nella destra un papiro che parea stringere colle dita irrigidite.
Catilina levò il papiro, lo scorse, e queste parole vi lesse: — Morii per placare le ombre del mio marito Cetego e di Cetego mio figlio. Vivi e purga la tua fama.
Catilina mandò un gemito che non può essere narrato.
In quel punto anch’esso poteva comandare la pietà.
IX. SEMPRONIA E CATILINA.
Sempronia aveva lasciato Roma alcuni giorni dopo Aurelia, e recossi, correndo il tepido maggio, alla sontuosa sua villa, sorgente tra Nettuno e Ponte Gatera, tre miliarie da quella d’Aurelia. Allorchè questa lasciò Roma sì d’improvviso, mostrando nell’aspetto un affanno che parea provocare il turbamento mentale, e stette invincibile nel respingere le profferte di Sempronia di accompagnarla, essa temette il peggio, senza tuttavia osare di attraversare con violenza i desiderii di Aurelia, che nella profondità del suo dolore diceva di voler vivere in solitudine. Ma la molta casa di Drusilla ripartendo per Roma, così avendo comandato la padrona, e le ancelle e i servi e il maggiordomo, sospettando fosse per succedere qualche sventura, credettero opportuno prender la via che da Ponte Gatera passava innanzi alla casa di Sempronia, per avvisare qualche servo di lei onde a corso sforzato si recasse a Roma a darle avviso di tutto, non potendo essi altrettanto per la lentezza delle cavalcature. E così fecero; e avendovi trovato Sempronia stessa, la misero in tale apprensione, ch’ella partì senza por tempo in mezzo, e a velocissimo corso venne a Ponte Gatera troppo tardi, ma pure non inutilmente.
Sapendo che il palagio doveva esser vuoto, non provò, anche per il diverso affetto che nutriva per Aurelia, quell’orrido sgomento onde Catilina era stato colpito; pure attraversò gli atrii tremebonda; con respiro affannato mise il piede nella stanza d’Aurelia; vide, guardò, mandò un gemito, s’accostò al letto insanguinato, toccò la fronte ad Aurelia, chiamò ad alta voce Catilina, che, in ginocchio accanto al letto, stringeva nella propria una mano della estinta, sulla quale teneva impresso il labbro; onde, perdurando la immobilità di lui e il profondo silenzio, pareva che il bacio estremo della disperazione si fosse come pietrificato su di essa.
Sempronia lo chiamò ancora; ed ei si scosse, e alzò la testa, e guardò colei attonito e a lungo. Pareva non la ravvisasse. E Sempronia scôrse allora il papiro, e, non opponendosi Catilina, lo lesse, e:
— Scuotiti, o Sergio: te lo dice una donna che pure è sopraffatta dal dolore.