— Ben lo sapevo. Non potevi tu essere mendace meco. Ora io ti lascio, o donna. Solo io voglio assaporare questi momenti di gioja suprema, che nemmeno gli dei possono aver maggiore; nè Giove, l’onnipotente re del cielo. Addio, Aurelia; fra otto giorni ci rivedremo al mare. Addio, Sempronia. Grandi, immortali cose noi dovevamo intraprendere. Ma Aurelia mi fa disprezzatore d’ogni grandezza e d’ogni potenza divina ed umana. Addio — e partì.

E Sergio Catilina uscì; e lentissimo, assaporando un orgoglioso gaudio, per le profferte ultime di Aurelia e le ginocchia di lei piegate, vagò lunga ora per le vie di Roma; e poscia risalì alle proprie case, donde, fatti aggiogare al carro due ardenti poledri, ritornò a Nettuno, che non molto distava dalle ville d’Aurelia; ritornò alla fittissima sua pineta bruna; e nel centro di quella fe’ consacrare un’ara a Venere, che tutta precinse di mirti e imbalsamò di fiori e al sommo vi depose un vaso di marmo pario, nel quale, apertasi col proprio ferro una vena, fece piovere molta onda di sangue, e fu sangue votivo — e per otto giorni colà stette, leggendo e rileggendo, nelle ore diurne, la fedeltà di Penelope nel greco d’Omero, e in Esiodo l’estremo sacrificio della moglie entusiasta di Capaneo; e dormendo le notti abbandonato alla nuda terra.

Aurelia lasciò Roma; condusse con sè la casa tutta, le ancelle, gli schiavi, e rifiutò di essere accompagnata da Sempronia che le si profferse. Venne alla sua villa in riva al mare. Si purificò; e per otto dì, sparso il capo di cenere, stette innanzi all’effigie dell’estinto marito e alla toga insanguinata del figlio. Ella amava Catilina d’un amore inesplicabile; ma forse più per essere stata attratta nel vortice violento del forsennato amore di lui, e per lo sgomento ond’erane oppressa, che per elezione spontanea del cuore. Perdurando nella purificazione e nel pianto penitente, pur era di continuo esagitata da pensieri in assidua lotta tra loro. Le notti aveva insonni; e se appena appena per la stanchezza del corpo, le si chiudevano le palpebre, svegliavasi di colpo esterrefatta; e vedeva l’ombra del marito e la più feroce ombra del figlio; e gemeva e gettavasi in ginocchio e protendeva le braccia orando, non sapeva a quali numi.

Ella considerava come, per Catilina, fosse disprezzata e insultata da tutte le dame romane, invidiosissime della sua beltà, in confronto della quale reggeva la sola di Sempronia; sapeva come la maggior parte di quelle dame fossero assiepate d’amanti non amati e non temuti, a’ quali, nel fuggitivo delirio, concedevano ogni favore; ma la minore avvenenza e il non esser insigni in arte nessuna, com’ella era, le circuiva di opportuna e complice oscurità, la quale facevale beate e trionfanti, pur tra il lezzo dei peccati che ad esse dovevan comandare il rimorso e il pubblico vitupero a Roma. E misurava tutta la propria sventura, e si disperava e tremava in aspettando Catilina. E sorse l’ottavo giorno. Certissimamente ei sarebbe venuto. Inorridì Aurelia a quel pensiero, e, stata immobile davanti all’effigie del marito e baciata e ribaciata la toga di Cetego, e guardato a lungo il cielo, quasi avesse voluto penetrare i regni superni a interrogar gli Dei; a un tratto, fermato un proposito, chiamò e fece chiamare le ancelle e i servi e gli schiavi quanti eran là a sè d’intorno; e:

— Preparatevi a partir tutti per Roma in sull’istante. Io rimango qui sola.

Alcune ancelle le si fecero intorno, come sospettando una sventura, e:

— E perchè ne rimandi così, o padrona benefica?

— Non vi rimando. Sol vi prego di precedermi — lasciatemi sola qui. Ve lo impongo; e lo disse in modo che nessuno più si oppose, e al liberto che sopraintendeva alle domestiche faccende:

— Fa che si apra la porta massima del palagio, e stia aperta; e si aprano le altre porte; e tutte rimangano spalancate insieme a quelle che conducono a questa mia stanza. Che non intervenga inciampo; e nessun uomo, nessuna donna non odasi più sotto a questo tetto; e il più profondo silenzio lo circondi, prima che la clessidra segni passato il diluculo.

E tutti partirono e il silenzio circondò l’alto palagio, e soltanto udivansi le onde del mare flagellar le rive. Passarono le ore della mane ad meridiem; e da lunge a confondersi col mugghio marino s’udì un rumor cupo di ruote, e di lì a poco il fischio d’un flagello equino e uno scalpito affrettato di cavalli. Era Catilina che da Nettuno veniva rapidissimo ed esultante, governando egli stesso le briglie.